Elogio della resilienza

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Anni fa, poco dopo lo scoppio della crisi economica, ho compreso che la mia vita così com’era doveva cambiare direzione. Come spesso capita quando si è in difficoltà, mi si è presentata un’opportunità inaspettata. Interessati al mio particolare approccio alle energie rinnovabili, alcuni concittadini di San Lazzaro mi hanno invitato a conoscere una associazione chiamata Movimento di Transizione. Nel condividere le mie esperienze con altre persone ho quindi potuto incanalare meglio i miei desideri di cambiamento, nonchè ampliare il mio grado di consapevolezza. Da qui è nata la mia avventura, che è diventata l’avventura di tanti altri cittadini.

Col tempo mi stavo accorgendo che sempre più persone, (lavoratori, ma anche aziende, associazioni e comunità) cercavano di cambiare direzione alla propria esistenza, provando a passare (o per meglio dire, transitare) da un modello di società basato su globalizzazione e crescita economica infinita (ad elevato consumo di fonti fossili), a un modello di società locale e sostenibile, che quindi sostiene la vita sulla terra.

Sono venuto a conoscenza di un movimento culturale internazionale chiamato “Transition Towns” (Città in Transizione) che promuove un particolare valore, quello della Resilienza. La resilienza è la capacità di adattarsi con flessibilità ai cambiamenti in atto; un approccio che però è tutt’altro che passivo, in quanto deve procedere di pari passo con l’umiltà di saper accogliere anche idee nuove. Lo scopo è migliorare quel “vivere quotidiano” che oggi appare essere sempre più incerto e mutevole. Il cambiamento diventa così un valore positivo, perché si rivela essere l’espressione dell’intelligenza collettiva della comunità.

Il risultato di questa collaborazione è semplice, ma per nulla scontato: una vita vissuta meglio e in modo più ricco, soddisfacente e quindi più felice.

Il motto del movimento è: Testa, Cuore e Mani, perché testa cuore e mani sono gli unici strumenti di cui c’è veramente bisogno per cambiare le cose che non ci piacciono e affrontare positivamente e attivamente le trasformazioni che ci aspettano.

Lo scopo delle “Città in Transizione” è quindi tutt’altro che aleatorio. In particolare, i movimenti di Transizione Bolognesi si occupano di raccordare le attività di cittadini, associazioni e gruppi che si impegnano in varie iniziative: dallo sviluppo di relazioni tra persone, a quelle tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Questa attività di coinvolgimento e, se richiesto, di coordinamento o facilitazione delle realtà associative esistenti e di singoli cittadini, prosegue costantemente e si amplia di mese in mese.
In particolare, a San Lazzaro, stiamo operando per promuovere e accrescere la resilienza della comunità locale. Cerchiamo di rendere, ad esempio, la stessa comunità più autonoma dal punto di vista energetico e alimentare. Certo non è un modello esente da difetti proprio perchè, come suggerisce il nome, questo movimento è in continuo cambiamento. La condizione necessaria per essere resilienti è imparare dai propri errori.

Quello che però è importante, e che mi colpisce più di tutto, è la magia che si crea stando insieme. Vi sono momenti in cui la comunità si sente davvero tale. Sono quei momenti in cui si comprende che l’aiuto reciproco torna ad essere la normalità e che la logica dell’”ognun per sé” è assurda. Viviamo infatti in una società sempre più aggressiva e competitiva, in una società dove ognuno è convinto di di potersela cavare da solo. Al contrario, se ci si pensa bene, la maggior parte dei nostri problemi è comune, e solo stando insieme, collaborando è possibile risolverli.

Questa magia si percepisce ancor più quando si riesce a far interagire soggetti e/o realtà apparentemente non conciliabili, ma che, una volta correttamente “facilitate”, entrano in risonanza tra loro per il bene della Comunità trovando la gioia e la forza per realizzare progetti condivisi.

Una modalità molto interessante di partecipazione e conoscenza, che consente ai cittadini di incontrarsi e scambiarsi idee e opinioni, è quella dei lavori di gruppo. Ogni gruppo è chiamato ad affrontare un particolare tipo di problema di interesse comune. Se i membri del gruppo sono opportunamente facilitati (il facilitatore è una figura che coordina i lavori aiutando il coinvolgimento delle persone), anche partendo da posizioni molto diverse si può trovare una sintesi condivisa, a volte addirittura inaspettata. Ricordo che una volta, nel gruppo a cui io partecipavo e che doveva confrontarsi su alcune proposte per la città, c’erano delle persone con idee che sembravano inconciliabili; tuttavia, parlando, abbiamo iniziato anche a conoscerci meglio, arrivando infine a comprendere che i bisogni di ognuno di noi non erano poi così distanti. Alla fine il clima è talmente migliorato che ci siamo ritrovati a ridere e scherzare quasi fossimo amici di lunga data.

La morale è in fondo una. Quando si comincia a intrecciare relazioni non si smette più di imparare. Come quando, con i nostri laboratori, andiamo nelle scuole a spiegare ai bambini i problemi legati al consumo delle risorse, alla necessità del risparmio energetico e alla sostenibilità e semplicità di funzionamento delle fonti rinnovabili; a volte siamo noi adulti che usciamo arricchiti da questi incontri, infatti i bambini ci insegnano che molte delle nostre “adulte” barriere, sono stupide, e ci complicano solo la vita.

Per quanto mi concerne, oltre a lavorare, faccio il delegato sindacale per la Fiom in una grande azienda del territorio, per cui conosco l’importanza di una mediazione alta con la controparte. Mediare a volte significa cedere qualcosa per avere in cambio qualcos’altro; eppure, se davvero si pensa al bene comune e invece di “mediare” si prova a “facilitare”, allora si può trovare quella terza via a cui spesso nessuno aveva pensato prima; una soluzione nuova più che una mediazione, che tuttavia può compensare entrambe le parti andando ben oltre ciò a cui eventualmente si è rinunciato.

Per la mia esperienza, quella democrazia e quella azione dal basso che tanti di noi cercano è davvero possibile; basta partire dal proprio condominio, e dal proprio quartiere, o dal proprio luogo di lavoro. Sembra utopistico, ma se tutte le comunità sulla Terra iniziassero percorsi simili, il mondo migliorerebbe in men che non si dica. Un pianeta dove ogni comunità, seppure in rete con le altre e quindi non isolata, fosse educata ad una propria resilienza, e quindi all’aiuto reciproco sarebbe un pianeta migliore.

Questo senso di solidarietà, di vicinanza e di mutuo aiuto, lo ritrovo anche nella Fiom, un sindacato che, quando dà il meglio di sé, è capace di trasmettere questi valori anche all’interno delle aziende, ovvero in quei luoghi dove le gerarchie lavorative e la competizione non sempre consentono un esercizio reale della democrazia.

In definitiva, strumenti e approcci più condivisi e partecipati potrebbero migliorare anche il lavoro del sindacato; un lavoro che, se fatto con Testa, Cuore e Mani contemporaneamente, potrebbe persino porsi come modello culturale anche per molte altre realtà. Del resto, come ha affermato il Prof. Del Giudice: “La legge della biologia richiede la cooperazione. La legge dell’economia richiede la competizione. Quindi, una società competitiva è intrinsecamente patologica. La competizione è l’esatto contrario della risonanza: come faccio a risuonare con qualcuno, se debbo competere con lui, perché o vinco io o vince lui? Finché esiste un regime fondato sulla competizione tra gli esseri umani il problema della felicità non potrà mai essere risolto”.

Riccardo Tonelli delegato Fiom Marposs

 

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