Per un cibo libero e giusto – Intervista a Roberto Iovino (Flai-Cgil)

Per un cibo libero e giusto

Contro lo sfruttamento, il capolarato e le agromafie

Come il Sindacato può intervenire nella frattura sempre più profonda tra consumo e lavoro, in una filiera – quella alimentare – così centrale per la nostra sopravvivenza e in cui allo stesso tempo si addensano così tanti  fenomeni di illegalità e sfruttamento?

Questa la domanda centrale che ha interrogato il Consiglio Generale della Fiom di Bologna che si è tenuto lo scorso 27 Settembre, con la partecipazione di Roberto Iovino della Flai-Cgil Nazionale, Fabio Ciconte giornalista e direttore di Terra, Fiore Zaniboni di Libera Bologna, l’Associazione Campi Aperti e Maurizio Lunghi, segretario generale della Cgil Bologna.


L’aver deciso di affrontare il tema non attraverso un momento seminariale o una iniziativa pubblica ma in una riunione del Consiglio Generale ha un significato preciso: chiamare in causa direttamente le delegate e i delegati delle Aziende Metalmeccaniche bolognesi e tutto l’Apparato, non solo in una doverosa operazione di informazione e svelamento di vecchi e nuovi meccanismi di sfruttamento, ma in una più chiara affermazione della necessità di mettere in campo tutte le iniziative necessarie ad effettuare una grande operazione di ricomposizione, capace di rendere le battaglie dei braccianti agricoli, una lotta di tutte e tutti. 

In questa chiave discutere e approfondire i fenomeni dello sfruttamento, del caporalato e delle infiltrazioni delle organizzazioni criminali  non è funzionale esclusivamente ad una presa di posizione consapevole ma deve essere la base per ricercare, servendoci degli strumenti che come delegati e attivisti sindacali maneggiamo quotidianamente, le strade per intervenire nelle contraddizioni della produzione e della distribuzione di prodotti alimentari. 

Possiamo, ad esempio, attraverso la nostra azione contrattuale condizionare le modalità di approvvigionamento  delle mense delle nostre fabbriche? Possiamo diffondere tra le lavoratrici e i lavoratori una cultura del consumo che miri a tenere insieme i diritti e la qualità dei prodotti?  

Per proseguire il dibattito iniziato e arricchirlo di nuovi spunti, abbiamo deciso quindi di pubblicare sul nostro blog una serie di riflessioni e interviste, con la speranza che possano essere utili a mantenere alta l’attenzione sul tema e a contaminare la nostra attività contrattuale nelle aziende.


Iniziamo con Roberto Iovino, membro della Segreteria Nazionale della Flai-Cgil. 

In queste settimane si stanno svolgendo i congressi della Cgil. Il Sindacato nel nostro Paese affonda la propria storia nelle lotte dei braccianti agricoli. Oggi ci sono circa un milione di lavoratori occupati nella raccolta di prodotti alimentari. Questi lavoratori appaiono spesso invisibili e un po’ di luce si accende sulla loro condizione solo in occasione di tragedie e drammatici incidenti. Insomma sono passati decenni ma i meccanismi su cui si fonda lo sfruttamento e il capolarato sembrano rimanere immutati…

Serve sempre distinguere per evitare facili generalizzazioni: in Italia c’è un pezzo di agricoltura sana e di eccellenza, che rispetta i contratti e i diritti dei lavoratori, fondata sulla qualità dei prodotti e dei processi produttivi. Poi però negli ultimi anni la forte concorrenze internazionale, basata sulla svalutazione del lavoro, ha ridotto notevolmente la redditività del settore agricolo a vantaggio della grande distribuzione e dei grandi player del settore come ad esempio le aziende multinazionali. Questo contesto ha fortemente condizionato la filiera che ha scaricato sui lavoratori i costi di questa competizione. La maggior parte di queste imprese operano nel grigio tramite elusione contrattuale e evasione contributiva, altre invece costringono i lavoratori a lavorare totalmente in nero, sotto caporale e in condizioni di grave sfruttamento se non perfino ridotti in schiavitù. Sono circa 400.000 i lavoratori agricoli che hanno una condizione di lavoro irregolare ed è questo il bacino di riferimento dei caporali e degli sfruttatori. È il bacino degli invisibili: persone vulnerabili a cui il sindacato sta provando faticosamente a restituire voce e dignità. È inaccettabile che si parli di loro solo quando ci sono tragedie come quelle di Foggia quest’estate, mentre noi come sindacato sono decenni che puntualmente denunciamo condizioni di grave sfruttamento nel settore agricolo che vede in alcuni territori la complicità di imprenditori disonesti, professionisti e consulenti del lavoro in malafede e caporali che operano per conto di organizzazioni criminali. In agricoltura si muore ancora come cinquant’anni fa e questo è inaccettabile per un paese che si definisce civile.

Nel 2018 come si organizzano oggi i braccianti agricoli?

Provando a tenere insieme pratiche innovative sempre più ancorate alla contemporaneità e quanto di meglio c’è alle radici del nostro sindacato, nato tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo scorso. Già nel 1914 Di Vittorio parlava della necessità di un sindacato migrante che possa dare risposte ad un settore precario e soggetto a grandi migrazioni come quello dell’agricoltura.

Da qui l’idea avuta dalla Flai in questi anni di lanciare il sindacato di strada, ovvero l’idea di andare incontro ai bisogni dei lavoratori direttamente sul campo: dove lavorano e vivono, sempre più spesso in condizione di marginalità ed esclusione sociale. In sostanza il sindacato di strada, con le unità mobili della Flai dislocate alle rotonde all’alba mentre i lavoratori aspettano i caporali o nei ghetti delle periferie agricole, è un’idea di sindacato di prossimità, che prova a fornire risposte ai lavoratori laddove risiedono i bisogni.
Per farlo abbiamo bisogno di innovare la nostra azione: servono materiali multilingue che spieghino i contratti e i diritti, sindacalisti capaci di costruire un rapporto di fiducia con persone che guardano al sindacato con diffidenza e in alcuni casi perfino mediatori culturali o operatori sanitari.

Proprio per questo abbiamo stretto collaborazioni con realtà come Emergency, l’Asgi, Libera, In Migrazione, ovvero associazioni che possano fornire anche altre risposte oltre a quelle sindacali, perché tra i bisogni di questi lavoratori a volte c’è la necessità di conoscere la normativa sui permessi di soggiorno, oppure avere accesso a prestazioni sanitarie, dunque stiamo provando a sperimentare sinergie mirate ad una tutela a tutto tondo, individuale e collettiva, attraverso anche il prezioso lavoro dell’Inca. Tutto ciò serve solo se si riesce a fornire ai lavoratori strumenti di autorganizzazione nel sindacato e con il sindacato.
Noi siamo uno strumento al loro servizio ma senza il protagonismo dei lavoratori non riusciamo a essere efficaci.

La vertenzialità diffusa, le rivendicazioni contrattuali e non da ultima la proposta di una nuova legge contro lo sfruttamento del lavoro vanno in questa direzione.

La Legge n.199/2016 da poco approvata in Parlamento introduce strumenti per intervenire in maniera più decisa nel contrasto al capolarato. Quali sono le barriere da abbattere per rendere pienamente efficace la lotta contro lo sfruttamento? 

La legge approvata la scorsa legislatura contiene proposte che avanziamo da tempo. È una buona legge, penso l’unica approvata negli ultimi anni finalizzata ad ampliare i diritti dei lavoratori in una fase storica dove un po’ tutti i governi hanno fatto a gara a chi ne sottraeva di più.
Ad esempio ha introdotto la responsabilità diretta dell’impresa e non solo dei caporali.

Serve sempre ricordare una banalità: i caporali offrono un servizio di intermediazione illecita per l’impresa e non per sé stessi.

Prima della legge 199 il datore di lavoro se la cavava con una multa e questo era inaccettabile, adesso rischia severe sanzioni come ad esempio il sequestro e la confisca della propria impresa agricola in caso di grave sfruttamento dei lavoratori. Infatti ci piace sottolineare che la legge 199 non è una legge contro il caporalato ma una legge che oltre a punire i caporali introduce nel nostro ordinamento penale, all’articolo del 603bis, il reato di sfruttamento lavorativo, fin qui un reato contravvenzionale che adesso è a tutti gli effetti penale.
Ma la cosa che ci interessa di più è rendere operativa la parte propositiva e non repressiva della legge: l’istituzione della «Rete del lavoro agricolo di qualità» è un’opportunità per le imprese sane che iscrivendovi possono beneficiare di servizi importanti, come sperimentazioni di collocamento pubblico e trasparente, servizi di trasporto per i braccianti, iniziative volte all’accoglienza dignitosa dei braccianti impegnati nelle stagioni di raccolta, oltre che alla tutela di chi denuncia il proprio sfruttatore disponendo la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari per i lavoratori extracomunitari.

Tutto ciò ancora non è realtà per due ordini di fattori: il primo è l’assenza di volontà politica. Una serie di atti amministrativi che dovevano dare forma e sostanza ai principi di legge sono ancora fermi nei porti delle nebbie della burocrazia italiana e nemmeno il nuovo governo presente a Foggia dopo la morte di sedici lavoratori ha sbloccato la situazione, anzi, il ministro Centinaio ha dichiarato a più riprese di voler cambiare la legge che invece va semplicemente applicata e resa operativa quanto prima. Il secondo motivo è l’assenza della volontà politica delle associazioni dei produttori agricoli che al di là delle dichiarazioni di facciata hanno lavorato in questi mesi per boicottare la legge. Una posizione miope visto che la legge tutela prima di tutti gli imprenditori agricoli onesti e la legalità della filiera. Forse sono temi che interessano poco ad alcune associazioni datoriali del mondo agricolo e questo è molto triste…

Il decreto sicurezza attualmente in discussione in Parlamento, invece, quanto rischia di rendere ancora più precari e ricattabili i lavoratori agricoli e di indebolire le lotte dei lavoratori agricoli?

Tanto. Rimuovere la protezione umanitaria rischia di creare sempre più migranti vulnerabili rimpolpando il serbatoio di braccia per i caporali. Quando non hai i documenti e uno Stato ti criminalizza solo per la tua condizione di irregolare sei disposto anche a lavorare per pochi euro l’ora: il tuo obiettivo è sopravvivere. Ci sono storie di ragazzi che hanno passato anni nelle carceri libiche gestite da trafficanti di uomini, quando arrivano in Italia capiscono subito che sarà più dura e dunque sono disposti anche ad accettare condizioni di lavoro indecenti per assicurarsi almeno un pasto al giorno. Nessuno di loro però è disposto a tornare indietro dove hanno vissuto sulla propria pelle l’orrore delle torture, della traversata del mediterraneo o in molti casi il dramma della guerra.

Torniamo all’inizio. Dalle lotte dei braccianti agricoli si è costruito il più grande sindacato europeo. Quali sono gli strumenti che il sindacato confederale può mettere in campo per ricondurre le rivendicazioni proveniente dal mondo agricolo all’interno di un piano generale di lotta contro lo sfruttamento e per la dignità del lavoro? Quali possono essere le chiavi per ricomporre la contraddizione sempre più evidente e pressante tra consumo e lavoro?

La confederalità è l’unico strumento che ci è rimasto per ricostruire un legame solidale tra lavoratori frammentati e divisi.
La nuova organizzazione del lavoro e il nuovo modello economico e sociale è tutto sbilanciato sull’impresa e sul profitto, ed è disposto a sacrificare la dignità delle persone.

La confederalità del nostro sindacato, i valori che stanno alla radice della nostra organizzazione sono gli unici che possono garantire un futuro dignitoso ai lavoratori e alle lavoratrici. Confederalità significa anche maturare l’idea che i meccanismi di sfruttamento contemporanei accumunano, con le dovute differenze, la condizione dei lavoratori agricoli e quella dei riders.
In fondo rappresentano due facce della stessa medaglia, ovvero un mondo del lavoro precario e senza diritti. Rilanciare la confederalità significa dunque non cadere nell’errore di pensare che siano battaglie a se stanti, anzi. In un mondo del lavoro scisso tra lavoro qualificato e lavoro povero avanzeranno sempre di più forme di sfruttamento che fino a qualche tempo fa pensavamo superate dalla storia. In un mondo dominato dai social è utile che la Cgil rilanci la centralità delle camere del lavoro come punto di riferimento per la vita dei territori.

Un po’ come fu fatto alla fine dell’800. Al netto del periodo storico ci sono diverse affinità con quella stagione. Servirebbe dunque una grande vertenza confederale contro ogni forma di sfruttamento, tanto nei lavori considerati tradizionali (agricoltura, edilizia, etc) quanto nel mondo dei servizi, negli appalti, nella logistica, nei nuovi lavori dove a sfruttarti è un algoritmo funzionale al controllo dei lavoratori e al profitto delle imprese.
La legge 199, introducendo gli indici di sfruttamento, ci offre un valido strumento per nuove iniziative rivendicative in tutti i settori. In più, per quanto riguarda il settore alimentare, stiamo lavorando con associazioni italiane e estere impegnate per la responsabilità e sostenibilità sociale della filiera.

Le aziende che non assicurano trasparenza e il rispetto dei diritti dei lavoratori devono sapere che avranno sempre più problemi a reggere sul mercato perché, e questo è un bene, i consumatori sono sempre più attenti a cosa c’è dietro un prodotto agricolo e alcune realtà della grande distribuzione europea stanno cominciando a disdettare i contratti con quelle aziende che a fronte di ispezioni e denunce del sindacato non sono in grado di dimostrare la regolarità dei propri contratti di lavoro.
Abbiamo anche proposto di impedire a queste aziende di ricevere qualsivoglia forma di finanziamento pubblico, a partire dai fondi europei della PAC. In sostanza ognuno di noi, cittadino, consumatore, lavoratore, può fare tanto, basta solo scegliere da che parte stare.

Bologna, 12/11/2018

Per approfondire consigliamo la lettura del Report dell’Osservatorio Placido Rizzotto nato nel 2012, a pochi mesi dai funerali di Stato celebrati a Corleone in memoria del sindacalista ammazzato dalla mafia siciliana nel 1948, su proposta della Flai Cgil.

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