Per un cibo libero e giusto – Un pomeriggio al mercato di Campi Aperti

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Per un cibo libero e giusto

Contro lo sfruttamento, il capolarato e le agromafie

 

Un pomeriggio ai mercati di Campi Aperti

Come il Sindacato può intervenire nella frattura sempre più profonda tra consumo e lavoro, in una filiera – quella alimentare – così centrale per la nostra sopravvivenza e in cui allo stesso tempo si addensano così tanti  fenomeni di illegalità e sfruttamento?

Questa la domanda centrale che ha interrogato il Consiglio Generale della Fiom di Bologna che si è tenuto lo scorso 27 Settembre, con la partecipazione di Roberto Iovino della Flai-Cgil Nazionale, Fabio Ciconte giornalista e direttore di Terra, Fiore Zaniboni di Libera Bologna, l’Associazione Campi Aperti e Maurizio Lunghi, segretario generale della Cgil Bologna.

Per proseguire il dibattito iniziato e arricchirlo di nuovi spunti, abbiamo deciso quindi di pubblicare sul nostro blog una serie di riflessioni e interviste, con la speranza che possano essere utili a mantenere alta l’attenzione sul tema e a contaminare la nostra attività contrattuale nelle aziende.

Dopo aver intervistato Roberto Iovino della Flai-Cgil Nazionale, abbiamo raccolto il contributo di Riccardo Tonelli, delegato Fiom della Marposs, che ha fatto due chiacchiere con Pierpaolo Predente di Campi Aperti, attraverso il racconto di un pomeriggio trascorso al mercato di Portazza nel quartiere Savena.

Foto Mercato Portazza https://www.facebook.com/mercatosavena

L’Associazione Campi Aperti per la Sovranità Alimentare si fonda sui seguenti principi: Economia di relazione, Filiera corta, Agricoltura biologica, Garanzia Partecipata – attraverso il coinvolgimento di tutti, produttori e consumatori -, Sostenibilità ambientale, Agricoltura contadina come alternativa alla produzione industrializzata, Prezzo equo e trasparente, Reti di economia solidale ed Etica del Lavoro.

Al Portazza nel quartiere Savena arrivo che è ormai buio.
E’ Novembre, sono giorni piovosi e umidi e, nonostante non tutti i banchetti siano presenti, i clienti non mancano.

La prima cosa cosa bella di questi posti è che ti invogliano a socializzare.

Quando arrivi se incontri qualcuno che conosci rischi di passarci anche una mezza giornata, ma spesso anche gli sconosciuti ti rivolgono la parola, magari anche solo perchè si è in fila da un produttore con il quale tutti scambiano delle chiacchiere e alla fine ti ritrovi a scherzare e parlare con tutti.

E così è stato non appena mi sono avvicinato al banchetto di Pierpaolo.

Davanti a me un bambino di 7-8 anni con un cartone di uova vuoto portato da casa, chiede a Pierpaolo di riempirlo e parte così una scherzosa discussione con i genitori e in una riflessione sull’importanza di eliminare gli imballaggi usa e getta. Questo piccolo breve episodio oltre a mettermi di buon umore, riassume già di per se il grande valore di questi mercati.  

Il banchetto di Pierpaolo è uno dei più piccoli ma trasuda genuinità.
Mi dispiace che non c’è il produttore di vino” – mi dice – “altrimenti ci saremmo fatti un goccio accompagnato dai formaggi e dagli altri prodotti dei produttori circostanti”.

A Pierpaolo sono rimasti solo pochi prodotti e mentre sono lì a chiacchierare arrivano una ventina di clienti, così finiscono anche le noci, le uova e gli rimane solo un po di frutta essiccata e qualche castagna.

Pierpaolo mi descrive subito alcuni dei valori fondanti di Campi Aperti, senza nascondermi le tante difficoltà che hanno dovuto sostenere nel rapporto con le Amministrazioni Pubbliche.

Inizialmente veniva chiesta una cifra molto alta ai produttori per organizzare il mercato, per l’occupazione di suolo pubblico e lo smaltimento dei rifiuti, nonostante ci sia l’impegno di tutti i produttori a generare ZERO rifiuti, riciclando tutto e utilizzando imballaggi biodegradabili.

L’esatto contrario di quello che avviene nei mercati tradizionali, dove a fine giornata rimangono quintali di rifiuti tra cassette, imballaggi e rifiuti organici (in piazzola solo per pulizia e smaltimento rifiuti il Comune spende annualmente centinaia di migliaia di euro).  

Il fatto che spesso non vengano colte le differenze e valorizzato l’impegno e la volontà di creare un circuito di produzione e distribuzione alternativo, consapevole e sostenibile non ha di certo impedito al progetto di crescere e a aprire nuovi mercati in città.

Normalmente nell’agricoltura di prossimità i produttori sono piccoli, lavorano campi del territorio e quindi è possibile anche andarli a trovare e vedere di persona come lavorano.

Campi Aperti organizza regolarmente delle visite, proprio per assicurare che la garanzia sulla genuinità dei prodotti venga certificata dal coinvolgimento attivo dei consumatori e degli altri produttori”. 

credit: https://www.facebook.com/CampiAperti/

L’obiettivo è ridurre al minimo l’impatto ambientale e evitare totalmente lo sfruttamento del lavoro. Per i prodotti che non è possibile coltivare in zona, come ad esempio gli agrumi o l’olio, si invitano (in bassa percentuale) produttori anche di altre Regioni ma sempre liberi da sfruttamento e “certificati”.” mi spiega Pierpaolo.

Nel regolamento il punto sull’Etica del Lavoro è molto chiaro:

CampiAperti rifugge il lavoro come alienazione. Appoggia il coinvolgimento dei lavoratori (dipendenti, stagionali o occasionali) nella gestione dell’azienda. Crede inoltre nella chiarezza di rapporto di lavoro tra titolare e dipendenti. Questi ultimi sono parte attiva dell’azienda, e per questo alla prima visita devono essere presenti insieme al titolare, per comunicare il loro ruolo. Nel caso in cui un dipendente avesse problemi con il titolare, può farlo presente a un gruppo di lavoro (composto anche da dipendenti delle aziende associate e co-produttori) il quale approfondirà la questione, e riproporrà il caso in assemblea. L’assemblea può poi valutare ciò che il gruppo di lavoro riporta e decidere se sospendere il produttore dai mercati di CampiAperti.

Balza subito all’occhio l’enorme distanza tra questo modello e quello dalla grande distribuzione:

Filiera corta contro catene di distribuzione infinite e inquinanti, rispetto del lavoro e della qualità del prodotto contro i meccanismi delle aste a doppio ribasso e il caporalato, coinvolgimento attivo dei consumatori contro la frattura tra consumo e lavoro, le mega offerte sulla pelle dei lavoratori e gli ipermercati aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Il nostro obiettivo non è “solo” vendere del cibo sano, ma insegnare a riconoscere i prodotti di qualità, fare cultura ambientale e mostrare come sia possibile ridurre i gas serra climalteranti, avere cura del territorio, aumentare il lavoro e i diritti, se ognuno fa la propria parte nel modificare le modalità di produzione ma anche le abitudini di consumo”, afferma convintamente Pierpaolo.

Tutto ciò è possibile grazie anche all’impegno volontario dei soci ma, come ogni organizzazione basata sull’impegno volontario, ci sono ovviamente dei limiti: bisogna scegliere attentamente i progetti su cui investire, gli eventi a cui partecipare e gli spazi in cui poter aprire nuovi mercati.

Quello che, sinceramente, mi farebbe piacere è che diventasse chiaro (in particolare alle Amministrazione) che un certo modo di produrre non è una “sciccheria”, una cosa radical chic, una velleità per i ricchi del centro, ma una necessità non più rinviabile che ha a che fare con la tutela del lavoro, con la salvaguardia dell’ambiente e della salute di tutte e tutti noi.

Invece, mi pare, che più che favorire esperienze come Campi Aperti, vengano alzati muri fatti di mille balzelli burocratici e tempi assurdi.

Ma non può essere solo il Pubblico a raccogliere la sfida della sovranità alimentare, lanciata da realtà come Campi Aperti. C’è bisogno di un impegno attivo anche nel privato, partendo – perchè no – proprio dalle mense nelle quali mangiamo tutti i giorni.

Su questo Pierpaolo non ha dubbi: “i consumatori sono proprio quelli che fanno e possono sempre più fare la differenza. Per questo è importante che la nostra rete venga conosciuta, non solo per assicurare sostenibilità economica al progetto ma anche e soprattutto per dimostrare che un modo alternativo di produrre e distribuire prodotti alimentari è possibile”.

Magari per adesso le dimensioni dei produttori non sarebbero sufficienti a sostenere la fornitura regolare di una o più mense strutturate. Magari ad oggi sarebbe difficile lavorare su costi e volumi richiesti, ma si potrebbero organizzare dei mercati di prossimità o gruppi di acquisto nelle aziende.

Poter allestire un mercato nei pressi di una azienda o in una zona industriale, durante l’uscita dal lavoro sarebbe perfetto” dice.

Sarebbe una occasione importante anche per costruire socialità nelle nostre Aziende, diffondendo contemporaneamente la consapevolezza della fatica che c’è dietro un prodotto di qualità e dell’importanza dei valori che ci sono dietro la scelta di una determinata modalità di produzione.

La moneta non è tutto, le relazioni che si creano in questi mercati ci aiutano anche a sostenere momenti di complessità economiche. Nelle assemblee, ad esempio, si definiscono i prezzi dei prodotti insieme, produttori e consumatori, in base ai costi sostenuti e alle difficoltà del momento”.

Dopo aver parlato con Pierpaolo, aver fatto spesa e aver incontrato amici e chiacchierato con gli altri frequentatori del mercato, sono tornato a casa tardi ma portando con me una bella sensazione, molto diversa da quella che provo quelle volte in cui vado in un supermercato, e poi una gran voglia di tornarci di nuovo, magari quando c’è anche il produttore del vino.

Riccardo Tonelli delegato Fiom

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