Il massacro di Peterloo: recensione al film di Mike Leigh

Peterloo strage

Diretto dal regista Mike Leigh, Peterloo narra la storia di una strage compiuta dal governo britannico nel 1819 nei confronti della popolazione riunita presso la località di St. Peter’s Field (Manchester) per rivendicare il suffragio universale e migliori condizioni di lavoro.

Il periodo preso in considerazione è quello immediatamente successivo alle guerre napoleoniche, guerre che avevano martoriato l’Europa e gettato l’Inghilterra in una grave crisi economica le cui conseguenze brutali si facevano sentire soprattutto fra le classi più povere.

Disoccupazione, salari bassi e, a volte, vera e propria fame, erano i problemi a cui il governo inglese, sordo a qualsiasi istanza riformatrice, si rifiutava di dare risposte.

E così come Waterloo quattro anni prima aveva rappresentato una disfatta per la Francia di Bonaparte, la strage di St. Peter’s Field (di qui il nome ironico Peterloo) compiuta ai danni di povera gente inerme, fu vissuta dalla parte più riformista dell’opinione pubblica inglese come la fine di tante legittime istanze di progresso e democrazia.

Il colpo fu in effetti assai duro e ci vollero parecchi anni prima che il movimento riformatore nel suo complesso trovasse le forze per riorganizzarsi.

Il film, che ha un’ evidente impostazione teatrale (la telecamera si muove poco concentrandosi piuttosto sui gesti e sui volti dei protagonisti) racconta queste vicende con il supporto di una ricostruzione degli ambienti magistrale, di una fotografia eccellente, nonché di attori di altissima scuola.

Grande spazio è lasciato ai discorsi che i vari leader riformisti e radicali pronunciano in occasione delle assemblee o riunioni preparatorie alla manifestazione. Assistiamo quindi a una scelta stilistica che privilegia la parola all’azione, la rappresentazione dei vari punti di vista all’interno del movimento riformatore rispetto alle grandi scene di massa, che infatti compaiono solo nel finale.

Risulta efficace, ai fini del racconto, la scelta a di caratterizzare le classi sociali più elevate (in particolar modo le più parassitarie: nobili, preti, gendarmi) come delle inquietanti macchiette. Più si sale nella gerarchia più si ha la sensazione di trovarsi di fronte a figure caricaturali, esauste, fuori dal tempo: qui comprendiamo quanto Dickens sia fonte ancora oggi di grande ispirazione per il cinema e il teatro inglese.

La dimensione grottesca e caricaturale di nobili e aristocratici (per non parlare del re e della sua corte carnevalesca) non è però il prodotto di una degenerazione del potere in quanto tale, bensì di quel particolare potere slegato da ogni merito individuale.

E’ come se una secolare condizione di privilegio producesse naturalmente una classe dirigente di freaks più adatta a un circo bizzarro che non al governo di un paese moderno; quasi un’antropologia lombrosiana, ma al contrario: non è la povertà che abbruttisce le menti, ma  il privilegio.

Le classi popolari sono rappresentate in termini più sobrii, ma appaiono ancora immature, quasi ingenue, e comunque piuttosto lontane da quella coscienza di classe che avrebbe insegnato loro il dottor Karl Marx solo qualche decennio dopo.

Non è quindi un caso che il popolo, per quanto determinato a ottenere condizioni di vita migliori, venga spesso a trovarsi in balia di politicanti presuntuosi e vanagloriosi distanti in modo abissale, (sia culturalmente che per condizioni di censo) da coloro che pretendono di rappresentare.

Peterloo - Copia

E se l’orizzonte di una coscienza di classe portatrice di utopia (il socialismo), nonché di organizzazioni politiche e sindacali più omogenee, autonome e strutturate, appare distante, ancor più lontana sembra essere la dimensione pessimistica del disincanto che accompagna quasi sempre ogni processo di istituzionalizzazione politica.

Torna alla mente il Charles Dickens di Tempi difficili, un romanzo che si colloca poco più di trent’anni dopo gli eventi di Peterloo (nel frattempo in Inghilterra veniva finalmente sancito il diritto di associazione e si erano sviluppati sindacati e cooperative), quando l’autore fa pronunciare all’ operaio Stephen Blackpool parole così dense di disillusione, che paiono quasi una resa politica incondizionata.

 “Guardate la città, ricca com’è, e guardate quanta gente è nata qui e passa tutta la vita a tessere, a cardare per guadagnarsi il pane in qualche modo, facendo sempre le stesse cose, dalla culla alla tomba. Guardate come viviamo, dove abitiamo, quanti siamo, le occasioni che abbiamo, come la nostra vita è sempre uguale; guardate come le fabbriche vanno sempre avanti e non ci portano da nessuna parte se non, sempre, al cimitero. Guardate come ci considerate, quello che scrivete di noi, quello che dite di noi quando, con le vostre deputazioni, andate dai ministri, e come voi avete sempre ragione e noi sempre torto, e non abbiamo mai avuto ragione da quando siamo nati. Guardate come queste cose sono diventate sempre più grandi, più diffuse, più difficili, anno dopo anno, di generazione in generazione. Chi può guardare questo e non dire lealmente che è un grande imbroglio.”

Del resto, il film racconta avvenimenti accaduti  nel 1819, quando la rivoluzione industriale era appena agli inizi; quando cioè, nello Yorkshire, il movimento luddista faceva a pezzi quei filatoi meccanici che toglievano lavoro a intere famiglie di tessitori, gettandole nella più nera miseria e nella disperazione.

Del film di Leigh, una cosa risulta piuttosto inspiegabile: la scelta di non rappresentare, se non di sfuggita, le condizioni di lavoro degli operai nel loro ambiente, ovvero le fabbriche tessili di Manchester.

La splendida ricostruzione di Manchester, delle sue fabbriche e delle sue ciminiere, delle piccole case in mattoni rossi degli operai, è curatissima; ma forse proprio per questo il regista poteva dirci qualcosa in più su cosa volesse dire lavorare a contatto con macchine infernali, sui ritmi ossessivi, gli infortuni, le condizioni igieniche, la mancanza di ogni diritto.

In conclusione, questa strana assenza (o se vogliamo sottorappresentazione) del lavoro operaio rende l’ottimo film Mike Leigh quasi monco, lasciando nello spettatore una sensazione di incompiutezza che nemmeno una adesione filologica ai comizi tenuti all’epoca, nonché la struttura circolare dell’opera, (la storia inizia sul campo di battaglia di Waterloo e si conclude appunto a Peterloo) riescono ad attenuare.

GB

 

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