I primi sindacalisti? Calzolai e ciabattini

Se di cognome fate Calzolai, Calzolari, Calligari (da “caliga”, calzatura militare di origine romana), oppure Schuster, Schumacher, Zapata, Zapatero (i corrispettivi stranieri), sappiate che probabilmente tra i vostri antenati ci sono stati dei sovversivi, delle teste calde, gente pericolosa per la sicurezza dello stato o della religione: eretici, rivoluzionari, anarchici, comunisti…e  magari pure dei sindacalisti.

Certo, poteva andarvi peggio, ma come si giustifica una affermazione del genere?

Studiando quei tempi lontani in cui il mestiere determinava quasi naturalmente il cognome delle persone, gli storici si sono accorti di una cosa: che al centro delle più importanti sommosse popolari c’erano spesso dei calzolai e dei ciabattini.

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Troviamo calzolai protagonisti di insurrezioni in Germania, nella città di Costanza nel 1848; protagonisti del movimento cartista inglese; protagonisti della presa della Bastiglia agli albori della rivoluzione francese nel 1789; per non parlare delle massicce deportazioni di ciabattini a seguito del sanguinoso fallimento della Comune di Parigi nel 1871. A proposito, anche il manesco padre di Stalin faceva il calzolaio.

Allora il problema è: perché proprio i calzolai e non invece mugnai, muratori, carpentieri, osti, panettieri, ecc? C’era forse qualcosa nella natura di quel mestiere che predisponeva al radicalismo e alla sovversione? Qualcosa che non si ritrovava negli altri mestieri?

A questa e ad altre domande ha cercato di dare risposta un interessante saggio intitolato Calzolai radicali di Eric J. Hobsbawm, uno dei più importanti storici marxisti del secolo scorso, autore del celeberrimo “Il Secolo Breve”.

Secondo lo storico inglese, una caratteristica dei calzolai che aiuta a comprendere tali tendenze è la loro cultura, la loro innegabile fama di intellettuali, specie presso il popolino più minuto. I calzolai erano infatti noti per amare i libri, le letture, nonché per il grado di istruzione piuttosto elevato rispetto alla media.

La spiegazione più plausibile di questo intellettualismo è dovuta al fatto che il mestiere era sia sedentario, sia relativamente poco faticoso.

Ne conseguiva che all’attività venivano abitualmente avviati i ragazzi meno robusti o addirittura menomati. Nell’ottocento la marina americana, ad esempio, vietava espressamente il reclutamento di sarti e calzolai (nonché dei neri, ma per altre ragioni) notoriamente considerati poco robusti.

Una simile condizione di minorità, se non proprio di vera e propria infermità fisica, insieme alla proverbiale miseria che ne accompagnava la fama, potrebbe aver quindi posto le basi per una miscela fatta di risentimento e senso di rivalsa, addirittura uno stimolo ad acquisire un altro genere di prestigio (cultura e istruzione, appunto) slegato dalla mera forza fisica.

In tal senso appare significativa un’ usanza tutta particolare che i calzolai (almeno coloro che possedevano una bottega di una certa grandezza) condividevano con i sarti e i produttori di sigari, ovvero quella del “lettore”. Essa consisteva nel fatto che, a turno, uno degli uomini interrompeva il lavoro per leggere ai compagni  libri o articoli di giornale. Si comprenderà come ciò consentisse all’insieme della categoria, compresi gli apprendisti, di informarsi, discutere, farsi delle opinioni sulle cose del mondo.

Altra caratteristica del mestiere di calzolaio era certamente il contatto con molte persone di umili condizioni, ma anche la relativa indipendenza da superiori o datori di lavoro.

A ben pensarci, i braccianti dipendevano totalmente dai ricchi possidenti; i muratori dipendevano dagli ordini ricevuti da contadini e benestanti; i sarti raramente lavoravano per i poveri, i quali, essendo privi di mezzi, si confezionavano gli abiti da soli.

La clientela dei calzolai era invece principalmente costituita da gente umile. Per di più essi erano legati ai propri clienti da un reciproco rapporto di fiducia: se mugnai, osti, panettieri potevano facilmente frodare sulla quantità di vino, cibo, farina, non si poteva certo frodare su un paio di scarpe la cui qualità viene messa alla prova appena vengono indossate.

Fiducia reciproca, istruzione e cultura permettevano quindi ai calzolai di assumere quasi naturalmente quel ruolo di intellettuali ed educatori della classe lavoratrice che li avrebbe resi celebri e temuti dai potenti di turno.

Ma c’è di più. Gli attrezzi leggeri e facilmente trasportabili, consentivano di viaggiare di città in città, di fiera in fiera, di mercato in mercato; ovvero di fare sempre nuovi incontri, scambiarsi idee e opinioni, venire a conoscenza di modi di pensare e abitudini diversi, di uscire quindi dai confini angusti del villaggio.

Non è un caso se tra le prime associazioni sindacali di lotta vi furono quelle dei calzolai.

Così si esprimeva a metà ottocento il calzolaio parigino  Efrahem: “Ricevuto il segnale, tutti i lavoratori lasceranno simultaneamente i laboratori e si asterranno da ogni attività per ottenere un aumento del listino dei prezzi chiesti ai propri padroni.”

Col passare degli anni, con l’avvento dei movimenti di massa, dei partiti, il ruolo dei calzolai si ridimensionò. Ciò dipese dal fatto che la calzoleria si trasformò da attività artigianale numericamente assai ampia, in una industria che aveva bisogno di pochi occupati. Scomparvero gradualmente molti rappresentanti del più tipico “di quei mestieri sedentari che permettono all’uomo di filosofeggiare mentre esegue operazioni ben note.”

Successivamente, il capitalismo avrebbe trovato negli operai il soggetto rivoluzionario per eccellenza. Ciò non di meno è innegabile che il calzolaio (questa figura allo stesso tempo gracile e umile, colta e cosmopolita) abbia impresso sulla storia con la S maiuscola il suo piccolo grande marchio di lotta, rivoluzione  e progresso sociale.

Morale:  se di cognome fate Calzolai, Calzolari, Calligari, c’è da esserne orgogliosi.

G.B

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