Il biennio rosso (1919-1920): palestra per una nuova stagione di diritti, o detonatore della reazione fascista?

A 100 anni dal celebre biennio che per molti versi ha cambiato la storia d’Italia vogliamo ripercorrere questo periodo storico così tumultuoso in cui conquiste operaie (8 ore di lavoro, democrazia sindacale, controllo della produzione) e reazione padronale si alternarono con vorticosa velocità.

Terminata la prima guerra mondiale, la FIOM si trovò ad agire in un contesto di relazioni industriali fortemente mutato rispetto agli anni precedenti. Durante il conflitto era infatti prevalso un modello impostato sulle esigenze belliche che prevedeva una forzata tregua sociale. In particolar modo tutto il sistema industriale si era dovuto adeguare in fretta allo sforzo bellico.

In tal senso fu istituito un organismo preposto alla Mobilitazione Industriale formato da un comitato centrale e sette comitati regionali che avevano il compito di regolare il mercato del lavoro imponendo delle vere e proprie limitazioni alla contrattazione e alle libertà sindacali: blocco dei salari, impossibilità per le maestranze di dare le dimissioni per cercare lavoro in altre aziende non coinvolte nella produzione bellica, divieto di sciopero, ecc..

Impressionante fu l’incremento del numero degli operai occupati nell’ industria: l’Ansaldo di Genova passò dai 10mila occupati pre-guerra ai 40mila tra il 195-18; la Fiat passò da 4mila a 40mila; l’Alfa da 50 unità a 4mila; la Pierelli da 4mila a 8mila, la Fabbrica d’armi di Terni da mille a 7mila.[1]

Allo scopo di accentrare le diverse produzioni necessarie al conflitto si crearono dei veri e propri distretti industriali. Ad esempio a Biella, definita in quegli anni la Manchester d’Italia, si arrivò a produrre il 70% del panno grigio-verde delle divise militari; ma anche coperte, berretti, cuffie, guanti; mentre il restante 30% fu prodotto per lo più nel distretto di Prato.

Per quanto concerne l’inscatolamento di carni e condimenti, divenne centrale lo stabilimento Casaralta di Bologna.

L’enorme richiesta di alimentari fece la fortuna di imprese come la Barilla e la Cirio, ma fu lo stesso comparto agricolo, nel suo complesso, che conobbe una rapida meccanizzazione.

La necessità di grandi quantitativi di posate e gamelle in ferro per i soldati nelle trincee consentì a una piccola azienda di Omegna (la Lagostina) di acquisire dimensioni nazionali; per non parlare di fabbriche d’armi come la Beretta (la più antica al mondo) che fino a quel momento produceva più che altro fucili da caccia; o le Officine Maccaferri di Bologna, fornitrici di filo spinato e cavalli di frisia (un ostacolo difensivo costituito da travi di legno e lunghi chiodi).

Il cambiamento più notevole riguardò il mondo del lavoro femminile che, per la prima volta, entrò massicciamente nelle fabbriche meccaniche, soprattutto per sostituire parte della manodopera maschile meno qualificata chiamata alle armi.

Con la fine del conflitto mondiale e sulla spinta della rivoluzione bolscevica del 1917, la FIOM in particolare ripropose con forza una linea vertenziale più aggressiva.

Contestualmente la CGdL, alla cui guida  era stato eletto il socialista riformista Ludovico D’Aragona vide una crescita impressionante di associati passando  dai 250 mila iscritti del 1918 a 2 milioni e duecentomila iscritti nel 1920. Nel febbraio del 1919, dopo una breve vertenza caratterizzata da numerosi scioperi, la FIOM diretta da Bruno Buozzi realizzò la storica conquista della giornata lavorativa di 8 ore su sei giorni. Il concordato firmato con gli industriali prevedeva:

  • la riduzione dell’ orario di lavoro da 60 a 48 ore settimanali a parità di retribuzione;
  • ma in cambio si contingentavano gli aumenti delle retribuzioni; si incentivavano gli straordinari incrementando il valore cottimo; si stabilivano tre anni di tregua salariale al fine di riassorbire l’aumento del costo del lavoro legato alla riduzione dell’ orario.

Il concordato sulle 8 ore non sancì la fine della conflittualità operai, tanto che tra agosto e settembre lotte ripresero con vigore.

Si arrivò così a un ulteriore concordato il quale, pur non accogliendo pienamente le richieste degli operai, stabiliva un fatto importante: almeno in alcuni territori le aziende avrebbero effettuato una trattenuta diretta con delega per l’iscrizione al sindacato. Per comprendere meglio queste rivendicazioni e quest lotte, che possiamo a giusta ragione definire “di massa”, è però necessario fare un piccolo passo indietro.

Nel 1913, poco prima della guerra, sull’esempio dell’americana Ford, la FIAT aveva inaugurato la prima catena di montaggio italiana.  Cominciava così, anche per l’Italia, quella rivoluzione fordista che avrebbe segnato il mondo della produzione manifatturiera del XX secolo. Non si trattò comunque di un passaggio facile per la casa di Torino dato che non solo si rendeva necessario riorganizzare completamente la produzione, ma bisognava convincere gli operai a modificare le proprie abitudini lavorative; ad abbandonare cioè un approccio artigianale fatto di scrupolosità, attenzione per il dettaglio, perizia individuale, per far posto a un metodo radicalmente diverso fondato su concetti quali efficienza, rapidità di esecuzione, omologazione rispetto alle cadenze delle macchine. Sempre sull’esempio della casa di Detroit, Agnelli divise gli stabilimenti in varie officine organizzate con finalità differenti, sebbene tutte contribuissero alla realizzazione del prodotto finito. Si crearono inoltre degli appositi uffici tecnici che progettavano utensili adatti alle specifiche realtà lavorative. L’operaio modificò il proprio modo di relazionarsi alla macchina e alla postazione lavorativa. Se prima dello “scientific management” interveniva personalmente in caso di guasto alla postazione o all’utensile, ora lo si obbligava ad eseguire delle procedure standard che gli imponevano di rivolgersi a un tecnico specializzato come un elettricista, un manutentore, ecc.. La professionalità della maggioranza degli operai si abbassava drasticamente travasandosi, per così dire, nei più numerosi centri tecnici preposti alla progettazione e allo sviluppo del prodotto.  

La composizione operaia, a causa di queste trasformazioni organizzative mutò anch’essa. Diminuì la centralità dell’operaio specializzato con grandi competenze artigianali e si accrebbe quella dell’operaio generico addetto solo all’assemblaggio dei componenti. Nel dopoguerra la FIOM dovette quindi adattare gli obiettivi delle lotte alla nuova realtà: non più vertenze settoriali e dal carattere ancora in parte corporative, bensì rivendicazioni di massa, generalizzate e territorialmente più estese (regionali o nazionali); con una forte attenzione, inoltre, alla diminuzione dell’orario di lavoro, al taglio dei tempi ciclo, agli inquadramenti professionali, alla riduzione del valore-cottimo, e all’introduzione di minimi di paga consolidati e certi. Per la prima volta, nel 1919, la federazione dei meccanici superò l’obiettivo dei 100mila iscritti. Polemizzando con chi si opponeva alla linea contrattualistica Il Metallurgico scriveva: “E’ strano proprio che gli operai vengano a questa organizzazione, tanto diffamata da avversari di ogni colore, e non vogliano saperne di quelli che non fanno “compromessi” e non accettano “capestri”, malgrado costoro siano dispostissimi a ribassare fino a poco più di zero il biglietto d’ingresso.”[2]

A Torino, per impulso di “Ordine nuovo” di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, si imposero nuovi strumenti di rappresentanza operaia sul modello dei soviet bolscevichi: i consigli di fabbrica. L’esperienza dei Consigli di fabbrica fu decisiva per il futuro della FIOM. Questo gruppo di intellettuali torinesi, pur aspirando alla rivoluzione, si batteva infatti anche per alcuni obiettivi immediati:

  • partecipazione decisionale aperta anche ai non iscritti e ai “disorganizzati”;
  • autogestione della produzione;
  • elezione diretta dei commissari di reparto (oggi li chiameremmo delegati).

Si farebbe un grosso errore a pensare che la FIOM accettasse tutto ciò di buon grado, al contrario. Da subito la conflittualità con la FIOM fu elevata, in quanto la Federazione non intendeva accettare il principio per il quale i non iscritti potessero partecipare al processo decisionale del sindacato stesso.

“Se si accetta questo principio si viene a negare alle Federazioni e alle Camere del lavoro ogni ragione di esistere come organi specializzati della volontà degli operai coscienti.” Chi doveva guidare i lavoratori dovevano essere gli organi direttivi delle federazioni; invece il movimento dei Consigli di fabbrica faceva dell’estensione delle procedure democratiche nei luoghi di lavoro il proprio punto di forza in quanto:

  • tutti i lavoratori avrebbero dovuto eleggere i Commissari di reparto;
  • i quali avrebbero eletto le Commissioni interne;
  • le quali, a loro volta, avrebbero dovuto rendere conto ai Commissari di reparto;

Tuttavia, nonostante le resistenze delle strutture sindacali, Il 14 dicembre 1919 si aprì a Torino il Congresso straordinario delle Camere del Lavoro col compito di ratificare la decisione di costituire i Consigli di fabbrica. Quel congresso sancì il successo politico dei Consigli all’interno dell’organizzazione. Il regolamento deliberato prescriveva che: “Ogni reparto, squadra, lavorazione, ecc., aventi 30 produttori elettori forma un’unità o sezione elettorale e nomina un Commissario. Nei grandi reparti a lavorazione unica o mista, si nomina un commissario ogni 30 (…) Per quei reparti, lavorazioni, ecc., aventi meno di 15 operai si uniscano fra loro due o più lavorazioni affini o connesse e nominino un commissario che possibilmente conosce le lavorazioni raggruppate. Il personale tecnico ed amministrativo (esclusi i direttori, i capiofficina, gli alti funzionari) nominano un commissario ogni 10 commissari operaio o frazioni di 10. [3]

Nel 1920 la protesta contro il padronato salì ulteriormente di tono. Si verificarono, tra l’altro, episodi molto particolari, il più noto dei quali è sicuramente lo sciopero delle lancette. Si trattò di una agitazione scoppiata a Torino nell’aprile del 1920 per protestare contro l’introduzione dell’ora legale che, all’epoca, anticipava di un ora quella solare. Alla FIAT Brevetti i lavoratori, che non volevano uscire col buio anche in primavera e in estate, spostarono di propria iniziativa le lancette degli orologi dello stabilimento sull’ora solare e scioperarono per vari giorni. La Fiat però rispose licenziando tutta la Commissione interna innescando così un ulteriore ondata di proteste. Gli scioperi torinesi, per conseguire il successo, avrebbero dovuto allargarsi almeno all’Italia settentrionale, ma ciò non avvenne, se non sporadicamente. Il 24 aprile, dopo dieci giorni di lotte, lo sciopero si concluse con la firma di un concordato elaborato dal prefetto di Torino che sanciva, in via definitiva, l’abolizione dei Commissari di reparto voluti da Ordine Nuovo, così come il ripristino delle vecchie Commissioni interne, ma con una limitazione dei poteri per queste ultime. Tuttavia, poche settimane dopo, in maggio, durante un convegno nazionale tenuto a Genova, la FIOM presentò un piattaforma rivendicativa che mirava ad eliminare i concordati regionali per sostituirli con un unico contratto dei metallurgici nazionale, ma gli industriali rifiutarono la richiesta. I punti salienti della piattaforma erano questi: un aumento salariale di 7,20 lire su un importo medio di 18 lire, nuove indennità di licenziamento e 12 giorni all’ anno di ferie pagate e indennità di licenziamento. L’aumento sarebbe stato erogato in termini inversamente proporzionale alla qualifica motivo per cui gli operai furono riuniti in quattro gruppi:

  1. donne di ogni età, garzoni apprendisti fino a 18 anni. Non sfugga come il lavoro femminile fosse considerato alla stregua di un qualsiasi lavoro non qualificato e ciò, oltre che per volontà padronale, anche per le esplicite resistenze di buona parte della manovalanza maschile che percepiva nel lavoro delle donne una minaccia al proprio ruolo e alla propria professionalità;
  2. manovali comuni di ogni età e aiutanti operai fino a 20 anni;
  3. operai non qualificati;
  4. operai qualificati.

Si dava a Confindustria un mese di tempo per riflettere. I padroni risposero negativamente con la proclamazione di una serrata, e cioè la chiusura delle fabbriche. Confindustria deliberò che “quegli stabilimenti dove si fossero verificati sabotaggi, intimidazioni e violenze rimanessero chiusi fino a nuovo avviso.” Per prime si attivarono le officine Romeo di Milano per cui la FIOM procedette immediatamente all’occupazione dello stabilimento; in poco tempo altre 300 fabbriche a Torino, Milano e Genova vennero occupate da almeno 400.000 lavoratori. Gli operai organizzarono anche servizi armati di vigilanza. L’ottantenne Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti assunse un atteggiamento equilibrato, nonostante le pressioni degli industriali che volevano far sgomberare le fabbriche con l’esercito.

Con pragmatismo affermò: “Voler far funzionare le officine senza crediti bancari è puro sogno. Faranno la prova (gli operai), vedranno che è un sogno, e ciò li guarirà da pericolose illusioni.”, dichiarava allora il vecchio statista. E aveva ragione.

Lo stesso Mussolini, che fino a qualche settimana prima si era schierato nettamente dalla parte degli imprenditori, con una giravolta tipica del suo modo di intendere la politica, incontrando Bruno Buozzi lo assicurò che i fascisti non avrebbero assalito le fabbriche occupate.  

Per altro, la grande maggioranza “silenziosa” degli italiani era nettamente contraria a ipotesi rivoluzionarie, desiderava anzi quell’ordine e quella stabilità così messe a dura prova dalla guerra. Persino il Partito Socialista, credeva nella rivoluzione solo a parole. Il primo settembre 1920, convocati gli organi dirigenti della CGdL che quello del Partito Socialista, si cercò di stabilire a chi dovesse spettare la guida delle lotte: se si trattasse quindi di un conflitto sindacale o politico. Entrambi stabilirono che sarebbe spettato alla CGdL condurre le trattative, con grande sollievo dei parolai dirigenti del Partito per il quale la rivoluzione, come dicevamo, era di certo più presente nei roboanti proclami che nello stato reale delle cose.  Alla conclusione della vertenza, il 19 settembre, la FIOM ottenne un aumento salariale di 4 lire, e notevoli miglioramenti in merito a ferie, al caroviveri e all’indennità di licenziamento. Per quanto concerne invece il controllo delle fabbriche, il Presidente del Consiglio emanò un decreto legge che costituiva una commissione paritetica di rappresentanti industriali e dei lavoratori con l’incarico di formulare una proposta di legge da consegnare al governo per regolare definitivamente la materia. Essa rimarrà lettera morta poiché i rapporti di forza nella società pochi mesi dopo vireranno a favore delle forze conservatrici di destra. Così Giolitti nelle sue memorie nella ricostruzione dell’accordo:

Viene costituita una commissione paritetica formata da sei membri nominati dalla Confederazione Generale della Industria e sei dalla Confederazione Generale del Lavoro, fra cui due tecnici o impiegati per parte, la quale formuli le proposte che possano servire al governo per la presentazione di un progetto di legge allo scopo di organizzare le industrie sulla base dell’ intervento degli operai al controllo tecnico e finanziario, o all’ amministrazione dell’azienda.

La stessa commissione proporrà le norme per risolvere le questioni relative alla osservanza dei regolamenti e all’assunzione e al licenziamento della mano d’opera. Il personale riprenderà il suo posto.” Continua Giolitti:

 “I rappresentanti degli operai avevano insistito con molta energia su questo principio che l’operaio fosse messo in grado di controllare in qualche modo l’andamento dell’industria, per accertarsi soprattutto che la sua rimunerazione fosse proporzionata ai guadagni che l’industria conseguiva; ed anche i più avveduti fra gli industriali , che sentivano già avvicinarsi la grave crisi industriale che poi ha colpito tutto il mondo (…) non vedevano di mal’occhio che agli operai fosse dato il modo di constatare quale fosse veramente la condizione delle industrie. La commissione fu composta; ma, come non era difficile prevedere, le due parti non riuscirono ad accordarsi su un progetto comune (…)”[4]

Non per nulla, sebbene con una certa lentezza, le occupazioni diminuirono e con esse scioperi e agitazioni di piazza.

 Eppure, la percezione del “pericolo rosso” tra i contemporanei non scemò così rapidamente. La società fu come investita da una paradossale paura di ritorno che avrà esiti politici nefasti. Dopo le grandi conquiste sindacali del biennio rosso il crollo sarà fulmineo: tra il 1920 e il 1924 (col fascismo già al potere) la FIOM passò da 122.163 iscritti a 13mila.

La debolezza della strategia sindacale fu probabilmente legata al fatto che il confronto con gli industriali avveniva senza cercare di costruire una rete di alleanze più estese nella società. Così facendo il movimento operaio si consegnò a un pericoloso isolamento che contribuì al suo repentino reflusso.

Il 27 aprile 1924 Bruno Buozzi, all’ 8° Congresso della Federazione, consapevole della sconfitta ormai imminente, pronunciò queste amare parole:

“Noi ci presentiamo pertanto all’attuale congresso senza le speranze di realizzazione immediata della vigilia del Congresso di Roma, ma con eguale fede nell’ avvenire dell’organizzazioni libere e di classe e nei destini del proletariato.

Altre correnti sindacali (i sindacati fascisti) potranno imporsi al proletariato, ma non conquistarlo. Seguendo tali linee si confonderebbero con noi, diventerebbero come noi. Se non si piegheranno alla nostra realtà prima o poi scompariranno. L’equivoco potrà durare ancora a lungo perché dispone degli aiuti governativi e padronali di cui godono oggi le corporazioni, può vivere relativamente a lungo, ma l’equivoco è destinato a scomparire per lasciare il posto al movimento sindacale che aspira alla completa emancipazione dei proletari. Ne siamo sicuri.[5]

G.B


[1] Antonio Gibelli; La grande guerra degli italiani; Ed. Bur; pag 181

[2] Ibid. pag.122

[3] Maurizio Antonioli, Bruno Bezza; La Fiom dalle origini al fascismo; pag. 125; Ed. Di Donato

[4] G.Giolitti; Memorie della mia vita; Garzanti 1967; pag.363

[5] Maurizio Antonioli, Bruno Bezza; La Fiom dalle origini al fascismo; pag. 147; Ed. Di Donato

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