Da Bologna a Bangkok: riflessioni sui nuovi cicli di lotte nella Gig Economy.

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Il punto di vista da cui osserviamo i processi di trasformazione del lavoro e guardiamo alle prospettive di organizzazione dei lavoratori è sempre, quasi inevitabilmente, eurocentrico.

E’ stata questa la constatazione che, in una calda serata di fine maggio, ci ha portato ad organizzare la presentazione del libro “Owners of the map” di Claudio Sopranzetti presso il circolo Circolo Arci Ritmo Lento , con un intento tutt’altro che didascalico: l’obiettivo era quello di realizzare insieme un confronto propositivo tra l’esperienza dei motorcycle taxi drivers thailandesi e quella dei riders bolognesi, dando spazio a tal fine ad una discussione con Michele De Palma (Segreteria Nazionale Fiom-Cgil), Michele Bulgarelli (Segretario Fiom-Cgil Bologna) e con un fattorino di Riders Union Bologna

Una discussione ricca di spunti di riflessione, che ci ha permesso di valicare i confini del nostro continente scoprendo che, oltre i luoghi comuni, al mutare globale della fisionomia del lavoro corrispondono similitudini attinenti alla coscienza che i lavoratori hanno di sé e al ruolo giocato dalle città in un tale processo.

Una breve nota di contesto: Sopranzetti raccoglie nel libro – che verrà prossimamente tradotto in italiano – i suoi studi sulla realtà thailandese, che ha visto esplodere nel 2010 delle aspre proteste all’indomani del colpo di Stato con cui è stato rimosso il leader populista Thaksin. La punta di diamante di queste mobilitazioni furono i motorcycle taxi drivers, profondi conoscitori della megalopoli di Bangkok e dunque vera e propria infrastruttura della lotta politica.

A tal riguardo, è interessante riportare alcuni nodi di riflessione emersi durante il dibattito.

Da sx a dx: Michele De Palma, Claudio Sopranzetti, Michele Bulgarelli, Irene Ricciuti

Un primo nodo attiene al ruolo giocato dal contesto cittadino nell’emersione di nuove forme di organizzazione dei lavoratori. Nel contesto thailandese c’è evidentemente una peculiarità: Bangkok è uno dei centri urbani più estesi al mondo, e ciò rende i circa 200mila taxi drivers tra i pochi detentori di conoscenza del tessuto cittadino e dunque strategicamente indispensabili per le azioni di protesta. C’è però un dato comune, che descrive la pervasività delle trasformazioni del lavoro e della produzione: la città cessa di essere un luogo di mera riproduzione sociale e diventa essa stessa luogo di produzione. Da Bangkok a Bologna, i taxi drivers come i riders sfrecciano per le strade della città come se si trattassero dei corridoi di una fabbrica espansa. Un fenomeno che porta con sé una conseguenza necessaria: la città diventa anche un imprescindibile terreno di lotta. Un luogo in cui avanzare le proprie rivendicazioni, in cui trovare la propria controparte e scontrarsi dialetticamente con essa. Se in Thailandia le proteste si innestavano nel generale movimento politico, e dunque andavano oltre l’immediatezza di una vertenza legata alla condizione lavorativa, la questione dei riders presenta invece dei contorni differenti.

La battaglia dei riders si radica infatti nel terreno della formalizzazione, con riferimento tanto alla legittimazione del soggetto collettivo nel contesto dei rapporti di forza con le piattaforme, quanto al riconoscimento dell’universo dei diritti ad oggi negati. Una battaglia che, per quanto ancora lunga, già ad oggi è riuscita a fare presa nel dibattito pubblico ed ha trovato un ambiente fertile di sperimentazione proprio sulla dimensione cittadina, con la nascita della Carta dei diritti dei diritti fondamentali del lavoro digitale. Certamente non si tratta di un accordo risolutivo, ma è una tappa importante del percorso rivendicativo dei ciclofattorini e dà riconoscimento a diritti, individuali e collettivi, indipendentemente dalla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro. Si può quindi constatare come, di fronte alla fuga dalla responsabilità di un datore di lavoro che si fa sempre più evanescente e lontano, l’interlocuzione ed il confronto trovino un nuovo spazio e prendano atto del ruolo attivo dell’istituzione comunale nella regolamentazione del lavoro.

Un secondo nodo di particolare interesse attiene al macro tema dell’autoimprenditorialità, che abbiamo declinato in termini parzialmente differenti.

Per ciò che riguarda i taxi driver, infatti, la questione va trattata guardando innanzitutto alla loro peculiare composizione sociale: si tratta perlopiù di giovani provenienti dalle zone agricole del nord e del nord-est, spesso migranti interni con alle spalle il lavoro da operai. Dunque all’arrivo nella grande metropoli l’attività da tassista-fattorino è l’alternativa all’entrata in fabbrica: è una prospettiva di rivalsa individuale su cui nessuno è disposto a fare un passo indietro. E questa posizione è rafforzata dalla sfiducia localmente presente verso le associazioni sindacali classiche: secondo i drivers, se in fabbrica il sindacato ha rinunciato ad essere contraltare reale al potere datoriale, è più appagante la prospettiva dinamica dell’autoimprenditorialità e della auto-organizzazione della propria lotta.

I lavoratori delle piattaforme digitali, invece, sono maggiormente formalizzati: subiscono un potere direttivo più o meno invasivo e sono in balia degli algoritmi. Anche per loro, tuttavia, c’è una fortissima narrazione di autoimprenditorialità, che ha spesso a che fare con “l’opportunità”  di essere retribuiti per andare in bici, cioè fare della pratica della propria passione uno strumento di guadagno. E a ciò si aggiunge l’uso di un lessico mistificante che rende un’immagine di protagonismo ed autonomia del lavoratore, celando la sua natura di parte profondamente vulnerabile del rapporto: il ciclofattorino è un “rider”, che quando viene assunto “sale a bordo” e non viene licenziato ma “sloggato”, per fare alcuni esempi.

L’analisi critica di questi processi, che abbiamo tentato di realizzare nell’incontro, può probabilmente dare alcuni spunti interessanti in relazione alle prospettive di organizzazione ed auto-organizzazione delle nuove soggettività del lavoro. Nell’epoca della polverizzazione sociale, in cui la precarizzazione del lavoro mina la rappresentatività del sindacato, una possibile risposta sta nel tentativo di quest’ultimo di uscire dalla pura dimensione di intermediazione dialettica con la parte datoriale. Le battaglie sul lavoro sono delle battaglie di natura politica, sono generalizzabili proprio perché si innestano in processi di trasformazione che coinvolgono la società tutta e dunque tutti i cittadini. Quando i confini che separano i tempi di vita dai tempi di lavoro vengono abbattuti, non si può lottare per un lavoro degno senza avere l’ambizione del cambiamento complessivo.

I taxi drivers di Bangkok sono un’importante testimonianza: alla frammentazione profonda che caratterizzava la loro condizione hanno contrapposto la ricostruzione di una dimensione collettiva sulla base di istanze di cambiamento politico, inserendosi in un processo mobilitativo che ha coinvolto l’intera cittadinanza. E ciò implica, quindi, la necessità di interrogarsi sulle pratiche ci conflitto messe in campo e sull’interazione di queste con lo spazio cittadino: i riders bolognesi, per esempio, non si sono “limitati” allo sciopero, bensì hanno costruito la loro lotta tramite una pluralità di strumenti volti ad interagire con l’opinione pubblica. La città ha empatizzato con i riders, si è indignata al loro fianco: il muro della solitudine del lavoro precario ha cominciato a presentare delle piccole crepe. Il “metodo Riders Union” ha guardato alle esperienze di community organizing americane e britanniche che hanno permesso l’organizzazione di nuove vertenze in settori difficili da organizzare e, altresì, la connessione fra lavoratori e cittadinanza, in una dinamica di riconoscimento e solidarietà reciproci. Questa esperienza va vista come un’eccezione o può costituire un’indicazione generale per fare del sindacato uno strumento di ricomposizione sociale, mutuo soccorso e partecipazione diretta? Rispondere positivamente significherebbe fare della battaglia per la democratizzazione del lavoro e dell’economia un volano della battaglia per la democratizzazione della società.

Questi sono alcuni degli spunti che la discussione, partita dall’esperienza thailandese, ha fatto emergere. Una prospettiva nuova, che ci ha ricordato come la grande storia sindacale del nostro Paese debba essere una lente prospettica pronta ad interagire con le esperienze di lotta ed i processi di organizzazione dei lavoratori di tutto il mondo per rispondere alle sfide che la dimensione globale della trasformazione del lavoro ci impone.

di Irene Ricciuti – direttivo circolo Arci RitmoLento

 

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