Meditteranea Saving Humans: un progetto di umanità enorme e piccolissimo

In questi mesi abbiamo condiviso con le migliaia di lavoratrici e lavoratori la preoccupazione verso il clima di intolleranza e odio che sembra essersi irrimediabilmente sedimentato all’interno del dibattito pubblico del nostro Paese.
Come ha ricordato Michele Bulgarelli nella sua relazione introduttiva all’XI Congresso della Fiom Bologna:
c’è un filo rosso dell’indifferenza che collega i morti in fabbrica a quelli sotto il ponte Morandi a Genova, che passa delle strade della Puglia ai campi di Rosarno e arriva ai migranti che attraversano il Mediterraneo.
E’ un filo rosso della disumanità, o meglio che 
traccia una linea di demarcazione tra umanità e barbarie, e che chiede ad ognuno di noi di scegliere da quale parte stare”.

Lunedì 8 Ottobre, al Centro Sociale Labàs in Vicolo Bolognetti, si è tenuta una serata di attivazione per Mediterranea Saving Humans, il progetto – promosso da una rete di realtà della società civile – di monitoraggio e denuncia di ciò che sta avvenendo nel Mediterraneo.
Mediterranea, attraverso una campagna di raccolta fondi dal basso, ha acquistato una nave ed è partita con a bordo attivisti, infermieri, dottori, fotografi, che hanno messo volontariamente a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze, verso il Mediterraneo Centrale.
E’ proprio questo un aspetto che rende Mediterranea una “idea enorme e piccolissima “ che offre alle persone la possibilità di impegnarsi concretamente e di prendere posizione, di parteggiare.
Ed è quello che è successo a Labàs lunedì sera, tante persone hanno ascoltato il dibattito ma soprattutto moltissimi hanno manifestato la propria disponibilità ad attivarsi, mettendoci la faccia.

Mediterranea è una molteplicità di voci e volti, ognuna e ognuno di noi è Mediterranea. Diamo il nostro volto e la…

Posted by Mediterranea Saving Humans on Tuesday, October 9, 2018

 

E’ proprio da questo aspetto che vorrei partire nella mia intervista ad Ada Talarico e  Detjon Begaj sostenitori di Mediterranea e attivisti di Ya Basta Bologna, che presenteranno il progetto anche il 30 Ottobre durante la prima riunione della Assemblea Generale della Fiom Bologna, dopo l’XI Congresso conclusosi lo scorso 3 Ottobre.

Mediterranea Saving Humans è un piccolo ma ambizioso progetto di disobbedienza civile. Anche in riferimento a quanto accaduto al Sindaco di Riace, è evidente come in questo momento di azioni dal grande valore simbolico di resistenza, hanno una grande potenza di messaggio e contribuiscono a smascherare la propaganda di un consenso pressoché unanime nel Paese verso le politiche migratorie portate avanti dai governi negli ultimi anni. Resta il nodo di passare dalla, seppur fondamentale, presa di posizione alla attivazione. Quanto è importante l’attivazione dal basso in un progetto come Mediterranea e come può questo costruire un esempio per il moltiplicarsi di progetti e pratiche quotidiane di resistenza dal forte valore simbolico ma pratiche e concrete?

 

E’ fondamentale direi, è il motivo per cui siamo partiti con Mediterranea ed è il motivo che ci ha fatto pensare che fosse possibile un’impresa che ci sembrava inizialmente impossibile da realizzare. Ci ha mosso appunto questo desiderio di provare a trasformare veramente lo stato di cose presenti, trasformare una realtà fatta di imbarbarimento generale e di un clima di odio che, purtroppo, nel nostro Paese abbiamo da tempo, basti pensare alla legge Minniti Orlando e al suo prosieguo naturale: il Decreto Sicurezza dell’attuale Governo.

Quindi diciamo quello che ci ha spinto a fare la scelta di mettere in mare una nave, di essere presenti in un tratto di mare militarizzato, luogo di drammatici naufragi, è stato proprio la volontà di mettere in campo un gesto concreto, un obiettivo concreto per cambiare le cose realmente.

Cambiare le cose operando sia in mare, con la nave che sta facendo operazioni di monitoraggio e di denuncia, ma anche a terra perchè intorno a Mediterranea stiamo provando a costruire uno spazio di possibilità, uno spazio di costruzione di società diversa che coinvolga le persone e le spinga ad attivarsi.

Con il progressivo ritiro dell’intervento di carattere europeo dal Mediterraneo, il tema dei salvataggi in mare è stato oggetto di un violento attacco mediatico. L’azione delle ONG, criminalizzata dalla politica e da parte della stampa anche – e questo è bene ricordarlo sempre – in assenza di azioni giudiziarie e tanto meno di condanne, ha prodotto prima il Codice di Condotta di Minniti, a cui ha fatto seguito l’azione dell’attuale ministro degli interni Salvini. Qual è la situazione attuale nel Mediterraneo e chi è attivo oggi per le operazioni di salvataggio?

In questo momento il Mediterraneo è vuoto.

Anzi è stato svuotato, perché le ONG sono state bandite e c’è stato un attacco feroce alla solidarietà, una criminalizzazione vera e propria di atti di solidarietà e dell’attivazione intorno al tema dell’immigrazione.

Oggi parlare di salvataggi è diventato qualcosa di illegale.

In questo momento il Mediterraneo è uno spazio dove c’è un confine ben preciso, in cui c’è una azione di blocco da parte della Libia; ci sono degli accordi criminali tra l’Italia e la Libia che fanno sì che la maggior parte delle partenze vengano intercettate dalla cosiddetta Guardia Costiera Libica. Questo significa che quei migranti che scappavano dagli inferni dove venivano torturati, violentati e maltrattati, ritornano lì, sono costretti a ritornare lì, al punto di partenza, dal quale vogliono fuggire. Nell’indifferenza complice degli Stati europei.

Per noi essere nel Mediterraneo, in quel tratto di mare dove non c’è più nessuno, è fondamentale.

E’ fondamentale la nostra presenza per fare pressione, per fare denuncia, perchè salvare delle vite umane è un principio etico ma anche la legge del mare a cui tutti dovremmo obbedire, disobbedendo, invece, a quelle che sono le leggi ingiuste che vigono nel nostro Paese.


Dopo queste prime settimane di navigazione quali sono state le impressioni dell’equipaggio che vi hanno colpiti di più?

Il problema dell’assenza delle ONG si spiega anche con un caso concreto: il primo giorno di navigazione c’è stata l’intercettazione di un segnale di SOS da parte di una barca con circa 40 persone. Noi abbiamo subito provato ad intervenire per salvare quelle persone che erano in una situazione di pericolo ma c’è stata l’intervento della Guardia Costiera Libica che ha anticipato il nostro soccorso e ha riportato l’imbarcazione sulle coste libiche. Questa è stata la prima testimonianza attiva dal Mediterraneo centrale che ci dice che questa è un po’ la prassi di quello che avviene normalmente in quelle acque.

L’altra cosa importante da tenere a mente è che alcune barche riescono a superare il blocco della guardia costiera libica, ma poi si trovano nel Mediterraneo centrale isolati, senza nessuna imbarcazione che possa assisterli in caso di naufragio.

E’ quello che è successo ieri notte (sabato) con il lancio di un SOS da Malta di una imbarcazione che si trovava in una situazione di pericolo. Noi abbiamo ovviamente risposto al segnale di SOS e abbiamo avvisato – come da prassi – il comando della Guardia Costiera Italiana che ci ha risposto, in un primo momento, che non sarebbero intervenuti perché non era di loro competenza ed era Malta a dover coordinare i soccorsi.

Malta non aveva navi da inviare sul posto, quindi noi ci siamo diretti verso il segnale e grazie alla nostra pressione – e questo bisogna dirlo in modo chiaro -, grazie anche al solo fatto di essere lì e di essere pronti ad intervenire e a documentare, la situazione si è sbloccata e la Guardia Costiera Italiana è intervenuta traendo in salvo 70 migranti e portandoli a Lampedusa. Quanto avvenuto non è affatto scontato e personalmente penso che non sarebbe andata così se non ci fossimo stati noi ad intervenire.

Tra l’altro il contatto è stato con il capo di gabinetto del Ministro Toninelli che in prima battuta (lo ha riportato anche Repubblica), ha risposto – anche di fronte a una situazione di documentato pericolo per 70 migranti su una piccola imbarcazione di legno, in balia delle onde – che non erano affari “nostri” ma di Malta.

Questo caso concreto ci aiuta a capire come il lavoro di depistaggio delle ONG e in generale di chi vuole soccorre queste imbarcazioni, viene fatto anche attraverso informazioni false sulla posizione per mandarci fuori rotta.

Il nostro lavoro di testimonianza mette pressione e costringe le autorità ad intervenire, come abbiamo potuto sperimentare in questi pochi giorni. Per cui l’attacco alle ONG non viene fatto solo attraverso le calunnie – chiamandole trafficanti, taxi del mare etc – ma anche attraverso comunicazioni fuorvianti da parte delle autorità.

Sembra ci sia la volontà di tenere tutto sotto traccia, di non evidenziare le situazioni che ci sono in questo momento anche di fuga dalla Libia, dove c’è una guerra, dove ci sono i campi dove sono detenuti i migranti e in cui ci sono delle condizioni terribili.

La propaganda del governo Gentiloni prima e del Governo Salvini- Di Maio oggi, hanno dipinto gli Accordi con la Libia come l’unica soluzione per fermare le partenze e bloccare l’invasione. Ma qual’è l’attuale situazione in Libia? E come quegli accordi hanno influito sulla gestione da parte delle autorità libiche dei migranti?

La situazione nel Mediterraneo è cambiata perché c’è un muro, un blocco di confine militarizzato dalla Guardia Costiera Libica.

Ci sono tante imbarcazioni che partono ma, questo va detto, la maggior parte non riesce a superare questo blocco e viene rispedita in Libia.

Gli Accordi con la Libia sono degli accordi criminali, – non mi viene altro modo di dirlo –  perché noi stiamo rimpatriando in Libia delle persone fuggono da quell’inferno. Tutte le storie che ci raccontano i migranti che arrivano in Italia, sono storie in cui si parla di violenze, di torture dentro i Centri di detenzione libici.

Quindi se i migranti scappano dalla Libia, uno Stato che si dichiara civile non può permettere di farli ritornare in un luogo dove la civiltà non esiste e in cui i diritti sono continuamente calpestati.

I finanziamenti che lo Stato italiano dà alla Libia in virtù di quegli accordi, servono quindi non solo a finanziare il blocco navale ma a contribuire alla costruzione dei campi di detenzione dove vengono torturate le persone.

Minniti ha provato a coinvolgere le ONG nella gestione in Libia di questi centri, in un ragionamento per cui le ONG “cattive” sono quelle che salvano le vite in mare mentre quelle “buone” sono quelle che mi danno una mano a testimoniare che vengono rispettati i diritti umani in Libia.

L’abbiamo visto anche l’altro giorno con il sequestro da parte delle autorità libiche dei due pescherecci di Mazzara del Vallo.

Questo esempio è significativo perché se non fosse stato il sindaco di Mazzara del Vallo a denunciare questa situazione, nessuno l’avrebbe fatto e sarebbe stato un altro episodio che sarebbe passato sotto silenzio nonostante il Governo e le autorità marittime non potevano non sapere.

Il discorso è che noi siamo lì perchè è importante esserci, è importante fare pressioni politiche, fare testimonianza e denuncia di quello che sta succedendo.

E’’ importante essere lì perché questo garantisce che ci sia una luce accesa in un mare buio, una luce accesa che porta al salvataggio dei migranti (come è successo questa notte) ma, per dirla in maniera molto chiara: non vorremmo essere lì.

Perchè essere lì è una sconfitta. Essere lì significa che non c’è la possibilità di muoversi liberamente tra i confini di questo mondo, non c’è il diritto ad avere degli arrivi sicuri nel nostro Paese e questo è sicuramente il motivo che ci spinge a dire che bisognerebbe attivare delle vie di accesso libere, sicure che non mettano a rischio la vita delle persone e che soprattutto non creino per forza queste due categorie: i salvati e i salvatori.

Noi non vogliamo fare i salvatori nella vita, siamo lì anche perché vogliamo salvare noi stessi dalle barbarie a cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, con la complictà dei governi nazionai ed europei. Vorremmo, però, che ci fosse un futuro ma anche un presente prossimo in cui non ci siano più salvati ne salvatori.

Torniamo alla partenza: gesti di resistenza e pratiche di attivazione. In questi giorni sarà depositato al Quirinale il testo definitivo del Decreto Sicurezza.

Ci sono gli spazi per una grande mobilitazione generale che ambisca a bloccare il Decreto?

Questo è un obiettivo che vorremmo porci.

E’ evidente che questo spazio che abbiamo aperto con Mediterranea è uno spazio innanzitutto concreto, attivo in mare ma, per noi, è anche uno spazio di costruzione di opposizione alle politiche nazionali ed europee a terra.

Questo l’abbiamo visto anche in questi primi giorni di Mediterranea: c’è stata grande attivazione a terra, ci sono stati grandi eventi a cui hanno partecipato centinaia di persone a Bologna, a Roma, a Palermo, ce ne saranno altri a Milano.

Insomma c’è una attivazione a terra, c’è una solidarietà e una volontà di partecipare che ci fa avvertire la voglia di stare insieme, di sentirsi parte di un processo importante che può andare a cambiare lo stato di cose esistenti  e a disobbedire a delle leggi ingiuste.
Questa volontà di partecipazione ci fa ben sperare sulla possibilità che si riesca a scalfire quello che è il clima d’odio che fino ad ora si respira nel Paese e che si possa scalfire quel consenso che s’è intorno a questo governo, costruendo degli spazi diversi di azione concreta, di opposizione, che danno già l’immagine di una società pronta a prendere in mano il proprio presente e il proprio futuro per cambiare le cose.

Sul decreto sicurezza penso si debba provare a mobilitarci insieme e si debbano attivare dei processi di opposizione veri: come ha mostrato la mobilitazione sulla Diciotti prima, il caso Riace e oggi la grande partecipazione intorno al progetto di Mediterranea c’è un pezzo di società non più disposta a lasciarsi trascinare nella barbarie e che sta rispondendo.

Più dei soliti appelli oggi pensiamo ci sia bisogno di gesti concreti per attivare le persone e Mediterranea questo l’ha fatto: c’è un gesto concreto, con un obiettivo concreto.

E forse anche l’entusiasmo che c’è intorno a questo progetto è dovuto proprio a questo: che è un qualcosa  di concreto, di vero e di reale e non il solito appello che poi, purtroppo, spesso, cade nel vuoto e questa è forse una spinta in più che può aprire anche spazi di conflitto in questo Paese.

Per maggiori informazioni e per conoscere come contribuire al progetto potete visitare:
https://mediterranearescue.org/

 

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