5) Compendio storico per lavoratori curiosi. La prima guerra mondiale

INIZIA IL “SECOLO BREVE”, SCOPPIA LA GUERRA, IL MONDO FA NAUFARGIO

titaniciceberg

Spegnere il chiaro di luna

“La nave è fulmine torpedine miccia scintillante bellezza fosforo fantasia molecole d’acciaio pistone rabbia guerra lampo e poesia.”

Questo verso è tratto da una canzone di Francesco De Gregori intitolata “I muscoli del capitano”. A volte un’opera poetica, per quanto scritta in musica, riesce a condensare meglio di tante altre cose l’essenza di un’epoca. In questo caso la figura tragica e colossale del Titanic è vista come l’emblema di un passaggio storico cruciale, ma soprattutto di un sentimento assai diffuso presso le elites intellettuali di inizio 900: la bellezza della guerra, la catena di montaggio fordista (il pistone, il fosforo, le molecole d’acciaio), la velocità e la fiducia illimitata nel progresso tecnologico.

Un simile sentimento non è certo bastante a spiegare quell’enorme carneficina che fu la prima guerra mondiale. Molti studiosi sostengono al contrario che nel 1914, alla vigilia del conflitto, non esistessero problemi tali fra le nazioni che non potessero essere risolti pacificamente e con la diplomazia.

Sullo stesso Times di Londra, quell’anno, compariva un articolo di questo tenore.

“La divisione delle Grandi Potenze in due raggruppamenti ben equilibrati (Triplice Alleanza e Triplice Intesa), con rapporti molto stretti fra i membri di cisacun gruppo, tali da non impedire a uno qualsiasi dei membri di intrattenere rapporti di amicizia con uno o più membri dell’altro schieramento, costituisce una duplice remora alla possibilità di ambizioni sfrenate o di improvvisi scoppi di odio razziale. Ogni sovrano e ogni uomo di Stato – sì, e anche ogni nazione – sa che la guerra di uno schieramento contro l’altro costituirebbe un’immensa calamità. Questa consapevolezza porta con sé un senso di responsabilità che modera e trattiene i più audaci e irrequieti. Ma essi sanno anche che per ottenere l’aiuto degli altri membri del proprio gruppo e per indurli a condividere le responsabilità e i rischi di un conflitto, la Potenza, o le Potenze, che meditano di ricorrere alle armi devono prima convincere gli altri membri che il conflitto è necessario e giusto. Non sono più i giudici insindacabili del proprio destino, chiamati a dar risposta solo a se stessi.”

Vi era però una predisposizione generalizzata alla violenza e l’articolo sopraccitato, con il suo sostegno alla “teoria dell’equilibrio”, implicitamente ammetteva istinti e ambizioni ben presenti nella società e nelle diplomazie europee; un clima culturale e politico particolarmente sensibile al vitalismo, all’irrequietezza, all’audacia, al gesto enfatico e retorico, addirittura all’odio razziale, nonchè alle soluzioni di forza; un clima alimentato da anni di sollecitazioni nazionalistiche, darviniane e rivoluzionarie di ogni genere.

Se si getta un’occhio alle pubblicazioni di quel periodo ci si può fare un’idea abbastanza precisa su quello che era la vita artistica e intellettuale in Europa poco prima della tragedia.

E così, mentre Freud (1856-1939) rivelava al mondo il ruolo ingombrante dell’inconscio, dell’irrazionalità, nei comportamenti umani e la pervasività degli istinti sessuali e Nietzsche (1844-1900) proclamava la morte di Dio e l’affermazione del superuomo, nel 1905 in Francia nasceva una corrente pittorica che prendeva il nome di Fauves, (Le belve); nel 1911 in Germania il gruppo artistico Der Sturm (L’assalto); sempre in Germania e sempre nel 1911 abbiamo Die Aktion (L’azione); in Italia, come noto, i futuristi di Martinetti. Il rassicurante positivismo ottocentesco aveva ceduto mestamente il passo a un più moderno quanto tumultuoso irrazionalismo.

“Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa. Vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, archeologi, di ciceroni e antiquari. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.” Era il Manifesto del futurismo del 1910.

Bisognava spegnere definitivamente le luci romantiche o accademiche della vecchia cultura,  “spegnere il chiaro di luna”, per indirizzarsi verso sentimenti più bellicosi, irriverenti e virili. Sentimenti che avrebbero rigenerato un sistema politico e sociale ritenuto da molti ormai logoro, asfittico, inconcludente e che, in definitiva, così com’era, non sembrava offrire all’individuo o alle masse alcuna prospettiva plausibile di miglioramento.

Eppure, proprio queste “forze ignote e inconsce” (come il colossale iceberg del Titanic, nascosto dalla nebbia) avrebbero posto fine al marinettismo e al futurismo di tutti i paesi, come magistralmente scrisse, in merito alla propria esperienza militare, Renato Serra nel suo Esame di coscienza di un letterato.

 “La guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli, non paga i debiti, non lava i peccati (…) Che cosa è che cambierà su questa terra stanca dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa?”

Il nazionalismo, il socialismo rivoluzionario, la competizione coloniale, la corsa agli armamenti, resero gli assetti geopolitici instabili e per cui bastò pochissimo per innescare la tragedia.

Leggiamo cosa scriveva il giovane Mussolini in quegli anni sul Popolo d’Italia, dopo essere passato dal neutralismo socialista all’interventismo, commentando con linguaggio scurrile e violento una manifestazione di studenti.

“Attenti, dunque, o giovani dell’ateneo romano e degli altri innumerevoli d’Italia; però ricordatevi, non i teneri muscoli delle labbra dovete adoperare, ma quelli più energici delle gambe. Non i fischi, pedate occorrono. Cacciateli fuori dalle loro tane della loro Sapienza quelle mummie di cartapesta tedesca,  quei parrucconi ingialliti e rammolliti. Pedate ci vogliono a quei benemeriti Maestri e quando gliele assestate, scegliete bene. Hanno una parte anatomica a loro indispensabilmente utile quando ponzano spremendo il non abbondante succo della loro cervice, una parte anatomica a loro particolarmente cara per riguardo ai loro fratelli tedeschi. Colpite lì. Colpite sodo. E’ il loro unico forte.”

Nel dramma, l’Italia giocò un ruolo determinante.

Con l’invasione della Libia del 1911 contribuì ad aprire una crisi molto vasta nell’Impero turco-ottomano che, una volta di più, dimostrò tutta la sua fragilità. Come in uno spettacolare e drammatico effetto domino, la crisi turca rotolò verso gli stati balcanici i quali, a loro volta, cercarono di sganciarsi dall’influenza turco-ottomana. Nel 1912 Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia, dichiararono guerra agli ottomani e in poche settimane si sbarazzarono di una occupazione secolare.

A quel punto si pose il problema di un’eccessiva espansione della Serbia e così, su proposta austriaca e con l’appoggio di Italia, Germania e Inghilterra, si decise di creare a tavolino un nuovo stato: l’Albania.

L’Albania avrebbe impedito alla Serbia di trovare sbocchi sull’ Adriatico e di diventare ancor più potente. Nelle stesse settimane la Bulgaria attaccò Grecia e Serbia, subendo una dura sconfitta. Grazie alla vittoria in questo conflitto la Serbia ottenne molti territori e il nazionalismo slavo subì un’impennata clamorosa. Allora le pedine cascanti del domino presero a ruzzolare verso l’Austria-Ungheria che temeva la destabilizzazione dei Balcani. Nel resto d’Europa, si iniziò a credere che il conflitto fra slavi e imperi centrali fosse ormai inevitabile.

Come un cane che si morde la coda la politica internazionale inanellò una serie di decisioni che si sarebbero rivelate, nel loro insieme, disastrose.

A tutte le tensioni militari si aggiunse l’antagonismo anglo-tedesco. Alla vigilia del conflitto la Germania aveva assunto una posizione predominante sul continente, mettendo così in discussione la supremazia inglese: le esportazioni tedesche in Europa avevano superato quelle inglesi.

Eppure, nonostante tutto, non si può ancora dire che non vi fossero alternative a un conflitto armato; anzi, gli ambienti finanziari ed economici dei due paesi dimostrarono spesso di voler risolvere i dissidi con gli strumenti della diplomazia, ma ciò non fu possibile, nonostante l’ottimismo del Times.

L’uccisione dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando nel giugno del 1914 a Sarajevo, travolse definitivamente le residue speranze di pace, e il mondo.

L’ Italia entra in guerra

Il 28 luglio del 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Il conflitto causò enormi problemi al movimento operaio e ai partiti socialisti occidentali decretando il definitivo fallimento della Seconda internazionale. Infatti, a esclusione dei socialisti italiani, quasi tutti i partiti marxisti votarono a favore dei “crediti di guerra” delle rispettive nazioni. “ Nel XIX secolo, quando la nazione apparteneva alla classe media e l’operaio non aveva patria, il socialismo era stato internazionale. La crisi del 1914 dimostrò tutto d’un tratto che, eccetto che nell’arretrata Russia, questo atteggiamento era ormai antiquato ovunque. La massa dei lavoratori sapeva d’istinto dove fosse il suo interesse…Il socialismo internazionale crollò ignominiosamente.” Così si è espresso lo storico E.H Carr.

La Grande guerra vide inizialmente lo scontro della Triplice Alleanza (Germania, Impero Austro-Ungarico con l’Italia ancora neutrale), contro la Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia). Il conflitto si allargò infine a molti altri Stati del mondo: Impero Ottomano, Serbia, Bulgaria, Belgio, Canada, USA, ecc.

Come abbiamo accennato, nel 1914 l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza, (un’alleanza che aveva carattere difensivo), ma poichè che le ostilità erano state dichiarate proprio dall’Austria, e l’Austria non aveva avvisato formalmente gli italiani delle sue intenzioni, il governo decise di sganciarsi e proclamare la neutralità del paese.

Tuttavia, le pressioni degli altri contendenti, in particolare Gran Bretagna e Francia, indussero a un improvviso cambio di schieramento. Il 26 aprile 1915 il governo firmò un altro patto passato alla storia come Patto di Londra. Esso fu siglato non solo all’insaputa degli austriaci, ma addirittura dello stesso parlamento italiano.  Con il Patto di Londra l’Italia si impegnava ad entrare in guerra non più con l’Alleanza, ma con l’ Intesa e tutto ciò in cambio di alcune concessioni territoriali in caso di vittoria: il Trentino, il Tirolo, Trieste, Gorizia e l’Istria (a eccezione di Fiume), parte della Dalmazia, il Dodecaneso, protettorato dell’ Albania.

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L’Italia, col Patto di Londra, affermava quindi non solo una semplice ambizione legata al mito unitario e risorgimentale delle terre irredente (Trentino, sud Tirolo) bensì un intento smaccatamente imperialista che prevedeva una vera e propria espansione territoriale a danno di altri Stati e altri popoli.

Il capo del governo italiano Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sidney Sonnino firmarono segretamente il patto a causa del neutralismo della maggioranza parlamentare, una maggioranza che quindi non avrebbe approvato la guerra in nessun caso, se non fosse stato che durante il periodo di non belligeranza l’ opinione pubblica si spostò su posizioni interventiste. Le divisioni fra interventisti e neutralisti si fecero sempre più aspre tanto che ogni fazione veniva spesso sovvenzionata da quei gruppi economici che premevano in direzione del conflitto o della neutralità a seconda dei propri interessi contingenti e particolari.

La cantieristica, le industrie meccaniche, tessili e la siderurgia, che avrebbero tratto vantaggio dalle commesse statali e dalle forniture di armamenti, vestiario, divise, si schierarono per l’intervento, mentre alcune banche (Banca Commerciale) a capitale prevalentemente tedesco spinsero per la neutralità.

A motivare gli industriali interventisti vi era poi la prospettiva di riappropriarsi finalmente della disciplina nelle fabbriche: una disciplina minacciata dalle pressanti rivendicazioni di una classe operaia sempre più forte e organizzata.

Anche una parte proveniente dal mondo socialista spingeva per l’intervento, nella convinzione che ciò avrebbe posto le premesse per una possibile rivoluzione.

Ad ogni modo ci pensò il sovrano a sbloccare la situazione. Con una palese forzatura, non tenendo in alcuna considerazione la volontà del parlamento e su pressione dalle piazze vocianti, invece di consegnare il governo a Giolitti e ai neutralisti, confermò Salandra: si trattava di un atto antiparlantare prossimo a un colpo di stato.

Il 25 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Impero Austro-Ungarico.

La guerra, che nelle intenzioni dei politici e dei generali italiani (specie del generale Cadorna) avrebbe dovuto essere fulminea, si trasformò in una stagnante e lentissima guerra di trincea dove un’avanzata di pochi  metri veniva spesso pagata con migliaia di morti: il fulmine scintillante si fece fango e palude.

Dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) l’esercito italiano ritrovò compattezza e, rimosso Cadorna, Armando Diaz riuscì a infliggere sul Piave una durissima battuta d’arresto agli austroungarici. Con la pace di Vittorio Veneto, firmata il 4 novembre 1918, l’Italia pose fine da vincitrice a ogni ostilità. La carneficina in Europa  si concluse l’11 novembre quando la Germania firmò l’armistizio con la Triplice intesa.

Il bilancio in termini di vite umane fu pesantissimo.

Le vittime nel mondo furono oltre quindici milioni, ma molti altri morirono per epidemie e carestie collegate al conflitto. La più importante epidemia fu l’influenza spagnola, altrimenti conosciuta come “la Grande Influenza” che, fra il 1918 e il 1919, uccise circa 50 milioni di persone. Allo scoppio dell’epidemia i militari vivevano ammassati in trincee anguste costretti a condizioni igieniche terribili e questa situazione favorì la diffusione del virus.

Influenza

Il padre dello storico Angelo del Boca, trasmise al figlio questa testimonianza della vita di trincea e la quotidiana lotta contro i topi: “ Erano famelici, testardi, senza paura. Si gettavano su un mucchio di scatolette vuote e in un attimo le ripulivano. Ne ammazzavamo a dozzine, con le pale, ma l’indomani tornavano più numerosi. Di notte ti aggredivano, puntando alla gola, al viso. Poi c’era il problema di dove gettare le carogne, che presto spargevano un fetore insopportabile”

La Grande Guerra segnò un’epoca. Fu l’ultimo conflitto che partiva con premesse romantiche e intrise di idealismo, ma anche uno dei primi in cui si usarono tutti i mezzi della moderna industria: aeroplani, corazzate, mitragle, sommergibili, carri armati  e  armi chimiche.

Con questa “inutile strage” (così la definì Benedetto XV) si dileguò la fede nel progresso di intere generazioni.

La Grande Guerra fu anche il primo atto di quel processo che avrebbe, di lì a poco, spostato il baricentro del mondo dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Questi ultimi sostennero le forze dell’Intesa e grazie al loro imponente apparato produttivo, nonchè all’invio di  1.750.000 uomini, contribuirono vigorosamente alla vittoria di Francia, Inghilterra e Italia. La prima guerra mondiale segnò il nascere di un nuovo Stato sorto sulle ceneri della Russia zarista: l’Unione Sovietica. Il mondo si stava avviando verso un “bipolarismo politico” che avrebbe caratterizzato buona parte del XX secolo, ovvero quel Secolo breve (1914-1991: l’era dei grandi cataclismi) così come lo definì lo storico britannico Eric Hobsbawm

 I lavoratori e la Grande guerra

La prima guerra mondiale rappresentò un momento di grandi cambiamenti per tutta la società italiana. In particolar modo il sistema industriale si dovette adeguare in fretta allo sforzo bellico.

L’economia italiana mostrava limiti considerevoli rispetto a quelle delle maggiori potenze europee. Per ogni tonnellata di acciaio prodotta dal nostro paese la Germania ne produceva 19, l’Inghilterra 9, la Francia e la Russia 5, l’Austria 3.

Per reggere lo sforzo bellico fu quindi necessaria una riorganizzazione radicale.

Venne istituito un organismo preposto alla Mobilitazione Industriale formato da un comitato centrale e sette comitati regionali che avevano il compito di regolare il mercato del lavoro imponendo delle vere e proprie limitazioni alla contrattazione e alle libertà sindacali: blocco dei salari, impossibilità per le maestranze di dare le dimissioni per cercare lavoro in altre aziende non coinvolte nella produzione bellica, divieto di sciopero, ecc..

Gli operai degli stabilimenti ausiliari, anche se non hanno obblighi di leva sono considerati come dei militari (…) Per certe mancanze gli operai non corrono solatnto il rischio di dover pagare delle multe, ma possono ancora essere costretti a fare dei giorni di prigione”, scrive nel 1918 Mario Guarnieri rappresentante dei metallurgici del Comitato centrale della Mobilitazione Industriale.

Impressionante fu l’ incremento del numero degli operai occupati nelle industrie: l’Ansaldo di Genova passò dai 10mila occupati pre-guerra ai 40mila tra il 195-18; la Fiat passò da 4mila a 40mila; l’Alfa da 50 a 4mila; la Pierelli da 4mila a 8mila, la Fabbrica d’armi di Terni da mille a 7mila.

Allo scopo di accentrare le diverse produzioni necessari al conflitto si crearono dei veri e propri distretti industriali. Ad esempio a Biella, definita in quegli anni la Manchester d’Italia, si arrivò a produrre il 70% del panno grigio-verde delle divise militari; ma anche coperte, berretti, cuffie, guanti; mentre il  restante 30% fu prodotto per lo più nel distretto di Prato.

Per quanto concerne l’inscatolamento di carni e condimenti, divennero centrali gli stabilimenti Casaralta di Bologna e di Scanzano presso Foligno.

casaralta

L’enorme richiesta di alimentari fece la fortuna di imprese come la Barilla e la Cirio, ma fu lo stesso comparto agricolo, nel suo complesso, che conobbe una rapida meccanizzazione.

La necessità di grandi quantitativi di posate e gamelle in ferro per i soldati nelle trincee consentì a una piccola azienda di Omegna (la Lagostina) di acquisire dimensioni nazionali; per non parlare di fabbriche d’armi come la Beretta (la più antica al mondo). che fino a quel momento produceva più che altro fucili da caccia; o le Officine Maccaferri di Bologna, fornitrici di filo spinato e cavalli di frisia (un ostacolo difensivo costituito da travi di legno e lunghi chiodi).

Un cambiamento notevole riguardò il mondo del lavoro femminile che, per la prima volta, entrò massicciamente nelle fabbriche meccaniche, soprattutto per sostituire parte della manodopera maschile meno qualificata chiamata alle armi.

“Per tutti gli interstizi una fiumana di donne è penetrata, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini: campi, fabbriche…Talune, è vero assomigliano a dei bambini, specie quando ancora non ne hanno di propri: si stancano, si distraggono, sospirano, liticano, s’impuntano, scioperano, minacciano, strillano. Ma le più, insomma, lavorano e sono preziose, e s’ha bisogno di loro…” (Ugo Ojetti sul Corriere della Sera del 30 aprile 1917)

donne

Impiegate nell’assemblaggio di materiale bellico di piccolo e medio calibro, le donne garantivano un’ottima produttività, come attesta la decisione presa dal sottosegretario alle armi e alle munizioni che, nel 1917, estese l’obbligo di assunzione di operaie da impiegare nelle più diverse mansioni. Di seguito possiamo vedere la proporzione di donne consigliate dal sottosegretariato in base alle diverse tipologie produttive.

  • 1/2 per quanto riguardava la lavorazione di proiettili di medio calibro;
  • 1/6 per quelli di grosso calibro;
  • 4/5 per le bombe di 58 mm;
  • 1/3 per le bombe di 240 mm;
  • 1/3 fonderie per la produzione in serie di pezzi di peso superiore ai 5Kg;
  • 1/2 fonderie per la produzione in serie di pezzi di peso tra i 3 e i 5Kg.

Questo incremento di occupazione femminile spinse lo stesso Bruno Buozzi, Segretario della FIOM dal 1911, a scrivere un articolo intitolato “Sull’impiego della manodopera femminile e giovanile” in cui si faceva portatore delle seguenti istanze: “Che per le donne fino a 18 anni vengano stabiliti i seguenti orari massimi a) lavoro di giorno: 10 ore intercalate da due di riposo; b) lavoro a 2 turni: per il turno di notte 9 ore di riposo intercalate da due di riposo; con viva raccomandazione di istituire  i 3 turni di 8 ore ; di occupare preferibilmente, per il lavoro notturno, manodopera maschile; e di tentare, nel lavoro di giorno, per le sole donne, l’ istituzione di turni di 5 ore.”

Quanto proponeva Buozzi era, con tutta evidenza, una linea diametralmente opposta a quella dettata dall’emergenza bellica la quale, al contrario, andava verso un deciso aumento dell’orario di lavoro prevedendo anche la soppressione del sabato inglese (si definiva così la giornata lavorativa del sabato che terminava alle 13,00), e del riposo festivo, nonché una rigida standardizzazione degli orari fra uomini e donne. Non è un caso se proprio allora si diffuse il taylorismo anche nella grande industria italiana.

Oltre alla manodopera femminile si fece uso, per la prima volta, anche di manodopera coloniale. Tra il luglio 1917 e l’agosto 1918 arrivarono in Italia oltre 5mila libici reclutati in Tripolitania dal Ministero delle colonie.

operai libici

La guerra impose quindi un sistema produttivo altamente standardizzato  in cui la macchine utensili dovevano essere in grado di adattarsi a diversi tipi di prodotto, diventando così, in un certo qual modo, universali. Tutto ciò contribuì a riempire le fabbriche di lavoratori generici  riducendo progressivamente il ruolo degli operai specializzati.

Gli anni che vanno dal 1915 al 1918 rappresentarono un momento di grande repressione antioperaia tanto che non solo venne imposto blocco degli aumenti salariali, ma lo stesso cottimo (voce notoriamente variabile della retribuzione) giunse a rappresentare oltre il 50% del salario; infine, la FIOM fu costretta a rinunciare all’ obiettivo delle 8 ore per confermare, seppur con qualche deroga, il limite delle 10 ore lavorative.

Dal punto di vista formale, ma meno dal punto di vista sostanziale, il movimento operaio fece anche qualche conquista piuttosto significativa. Il Comitato centrale di Mobilitazione, infatti, aveva la possibilità di emettere sentenze in caso di controversie nate tra lavoratore e impresa. Ciò rappresentò un primo abbozzo di contrattazione collettiva nazionale poiché le sue decisioni avevano una valenza generale su tutto il territorio del paese.

Qualche avanzamento si registrò anche dal punto di vista dell’igiene e della sicurezza sul lavoro. Il Ministero per le Armi e le Munizioni pose infatti “il problema della refezione calda a mezzogiorno” definita “un caposaldo dell’igiene del lavoro in quanto è un conforto fisico e morale di primaria importanza (per dare) alla classe lavoratrice, occupata spesso in fabbriche lontane dalle rivendite di generi alimentari, la calma necessaria, derivante dalla sicurezza del pane quotidiano, come pure di fronte all’opportunità di favorire un risparmio di combustibile e alimenti, quale si ottiene colle cucine in comune, la creazione di questi (refettori) si impone come una necessità impellente.”

La guerra rappresentò anche una grande occasione di arricchimento illegale. Gli industriali non di rado gonfiavano illecitamente i propri guadagni approfittando delle commesse dello stato. Il mito dell’imprenditore patriota, fortemente messo in discussione nel dopoguerra, fu salvato solo con l’avento di Mussolini il quale, per ovvie ragioni di opportunità politica, mise a tacere in modo assai sbrigativo gran parte di questi scandali.

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